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Carlo Rancati

Le INTERVISTE di PIPAM
di Valerio BALBOA Santagostino

CARLO RANCATI



Un altro pomeriggio passato con un grande della pesca a mosca di questo paese.
Carlo Rancati, classe1931, da bambino pescava con il papà a Pavia, a canna fissa. -“Mi mettevano sulla roggetta a pescare vaironcini, e con 10 pescetti mi sembrava di essere il migliore pescatore del mondo!”-.
Uomo profondo, saggezza da vendere e un carisma innato nel parlare, Carlo ha lavorato in una ditta di macchine che lavoravano materie plastiche, di sua proprietà. Abita da sempre a Milano. Fondatore, con la tessera n°1, di Autodisciplina, un’iniziativa nata nel 1973, per salvaguardare la fauna ittica, è stato socio fondatore dell’Unione Nazionale Pescatori a Mosca e Presidente per tredici anni del Fly Angling Club di Milano. Oggi, di queste due ultime associazioni, ne è Presidente onorario.
Tra gli organizzatori del primo convegno AIIAD (Associazione italiana degli ittiologi di acque dolci), Carlo Rancati si è occupato di pesca a mosca anche sotto il profilo editoriale: per 15 anni è stato Direttore Responsabile della rivista Consigli di Pesca ( ed. Ravizza ) e ha collaborato per ben 17 anni con il mensile Caccia e Pesca per il settore pesca a mosca.
E’ autore di un manuale sulla pesca a mosca per l’Editoriale Olimpia (quattro edizioni), e di altre pubblicazioni. Carlo Rancati e sua moglie Giovanna, preziosa e straordinaria compagna di vita e di avventura, mi ricevono in un’elegante palazzina di Milano. E così, mentre mi mostra alcuni libri antichi : un “A quaint treatise on flies and fly making” di W.H. Aldam, un “La truite” di Vavon, in versione originale con magnifiche litografie e un “The fly fisher’s entomology” di Ronalds, con dei perfetti disegni colorati a mano, presi dalla sua biblioteca personale, inizia la mia intervista.



V: Allora Carlo, metti via per cortesia questi libri, che mi fai stare male.
Raccontami qualcosa di te.

C:  A Milano, ai miei tempi, non c’era nessun club. C’era solo Ravizza, che ancor prima della vera nascita della pesca a mosca stampava “Consigli di pesca” e lo mandava a tutti i clienti del negozio.
Pensa che non esistevano riviste specializzate. Noi, con questo giornaletto gratuito toccavamo un sacco di gente. Lo spedivamo anche a chi ne faceva una semplice richiesta. Erano migliaia di copie.
Ravizza, all’epoca, era anche l’unico distributore di attrezzatura specifica per la mosca.
Dopo un certo periodo diede vita al Fly Angling Club e ci offrì di gestire la rivista. Nel giro di pochissimo tempo l’abbiamo trasformata in rivista “Flyfishing only” continuando ovviamente a utilizzare le mailing list del negozio.
Potevamo disporre di un bacino di utenza enorme, e attraverso questi indirizzi moltissimi pescatori sentivano parlare di mosca per la prima volta. Venivano da Ravizza e chiedevano come si faceva a pescare a mosca!! Creare un club fu una tappa obbligata.
Fra i primi frequentatori, oltre al sottoscritto, ricordo il Ghilardi, il Tani. E tanti altri, scomparsi purtroppo…
Il Fly Angling Club ha raggiunto 560 soci. Venivano da tutte le parti della Provincia. Agli albori eravamo in un piccolo bar alla stazione Nord. Si facevano i corsi di lancio,etc.. Quando la faccenda è diventata seria, abbiamo deciso di fare delle succursali, sempre sotto l’egida del Fly Angling.
Siamo stati dei pionieri del moderno franchising. E di gruppo in gruppo, abbiamo fatto conoscere la mosca in Italia.

V: Qual è la pesca che preferisci?

C:  Non sono un fanatico del lancio, però le misure da pesca le faccio correttamente e le faccio bene. Mi piace catturare quei pesci che ho intuito o visto bollare di proposito. Ti faccio un esempio: sul Gacka, ai tempi d’oro, c’era il terzo ponte. Alla sera avveniva una schiusa di sedge enorme. Se andavi li a pescare verso le 16 del pomeriggio, pescavi si belle trote, ma non quella che avevi visto bollare precedentemente.
Io invece volevo individuare le bollate di quella trota e di quella soltanto, e avevo il coraggio di non disturbare il posto e di sedermi sul prato e aspettare. Lanciavo solamente quando la trota si manifestava. Volevo catturare la bella. Idem per i temoli. Sulla Sava ho visto gente fare 50 lanci sullo stesso temolo, tutti sbagliati, senza calcolare il tempo di risalita. A me piace calcolare il ritmo del pesce, e poi lancio, …poco prima della sua risalita, non dopo la bollata. Altrimenti saliranno solamente i rompicog... vicino, e mai quello grosso

V: Il paese che ricordi con maggior piacere?

C:  L’Islanda, per la pesca vera e propria. Come spettacolarità e la possibilità di catture, l’Alaska.
Vi do un consiglio. Se non avete quattrini, risparmiate e poi andate in Alaska

V: Il pesce che ti ha lasciato il segno?

C:  Ero in Islanda, in una pool che a monte iniziava con un grande masso sul quale potevo pescarci sopra. Pioveva che Dio la mandava. L’asta era piena di sassoni da 50 cm, da tutte le parti. Lancio e quasi vicino a me aggancio un salmoncino. Non potevo tirarlo su senza rompermi l’osso del collo. Allora, bagnato come un pulcino e facendo attenzione alle pietre scivolose, sono tornato a riva. Appena riuscivo ad avvicinarlo, il pesce dava delle testate contro i massi per liberarsi dell’amo. E continuò a farlo per tutta l’asta. Ogni volta che riuscivo a portarlo verso riva quel pesce ricominciava con le testate contro un sasso, poi ripartiva verso valle. Ero quasi arrivato a fine pool, senza riuscire a portarlo alla mano. Con un ultimo guizzo sono riuscito ad afferrarlo per la coda. L’ho slamato e l’ho lasciato andare subito giù per la cascata, in segno di rispetto. Quel pesce aveva guadagnato la sua libertà.
Per la verità mi piacciono anche i bonefish. C’è tecnica in quella pesca,…devi lanciare al limite del branco, non in mezzo, altrimenti fuggono immediatamente. Hanno poi quelle fughe eccezionali… Riesci a recuperarli e poi con forza ripartono. Questo giochetto va avanti 6-7 volte, e se pensi al peso modesto che hanno…

V: Il pesce che vorresti prendere?

C:  Quelli che ho voluto pescare, li ho pescati tutti. Sono contento cosi. Paesi lontani tipo Patagonia, Mongolia, non mi hanno mai interessato molto. In Islanda ho pescato i salmoni in posti simili ai nostri torrenti, in riffle-hitch, la tecnica che preferivo. Ogni buca che facevo, era una speranza.

V: Sotto la tua presidenza, il Fly Angling Club ha raggiunto il massimo splendore, raccontami qualcosa di quegli anni gloriosi.

C:  Ho fatto tanto di quel lavoro per la pesca a mosca! Quante serate ! Il mio manuale ha fatto 4 edizioni, 12.000 libri ! Il Fly mi ha dato la possibilità di girare per tutta Italia e di aiutare a creare l’Unpem, una voce comune per la gestione dei fiumi. L’avevamo pensata bene, abbiamo anticipato Bossi
Ogni regione aveva un capo che teneva aggregati i club. L’ho abbandonato dopo che la politica, bhè lasciamo perdere…
Adesso ci sono molti club che hanno in gestione delle acque, ...ma è possibile, mi domando, non avere un simposio dove si parla tutti insieme delle proprie esperienze!?
La gestione delle acque è la cosa più importante. Se fosse fatta meglio, saremmo tutti più soddisfatti e avremmo fiumi pescosi..

V: Parlami un po’ dell’AIIAD.

C:  A cavallo degli anni 70-80 abbiamo organizzato il primo convegno degli ittiologi in Italia. Ne sono arrivati più di 30! Per tre giorni hanno discusso delle loro esperienze e di come gestire le acque.
Poi abbiamo capito che la nostra classe degli ittiologi era molto particolareggiata. Non nel senso di mancanza di preparazione, ma ognuno cercava di intrufolarsi e di lavorare nelle acque di una Regione.
In altre parole è sempre mancato l’ittiologo applicato alla pesca. Non quello applicato alle acque.
L’ideale sarebbe avere, in ogni provincia, un ittiologo applicato alla pesca di quel territorio, e di quello soltanto. Le consulte non bastano, sono tempo perso.

V: Come vedi la pesca a mosca in Italia e come è cambiata rispetto a tuoi tempi?

C:  I sacri canoni della pesca a mosca sono cambiati; per i materiali, le tecniche, le acque. Ci sono più praticanti, ma vanno meno a pescare. E poi sai che cosa ho notato? I nuovi stanno dimenticando il gusto di usare le cose classiche della pesca a mosca.
Ad esempio: è bello andare a pesca con il vecchio cappellaccio da trent’anni, usare la scatola in finta tartaruga , usare l’amadu per asciugare le mosche…ecc.. Manca questa filosofia.
Vedo che siete invogliati a comprare subito qualcos’altro, non avete più il tempo per affezionarvi agli oggetti. Tutti sono attenti a vedere il nuovo modello di canna. Ma è possibile che la nuova grafite sia cosi terribilmente differente da quella di 5 anni prima? Il pescatore a mosca dovrebbe rimanere affezionato alla prima canna. Io per esempio, nonostante le 50 canne che possiedo, ho sempre le mie predilette in bamboo, per le quali nutro un debole.
Tu Valerio, come lanciatore, una coda in seta dovrebbe farti capire questo concetto.
La coda di seta è una scocciatura , la devi asciugare, rimettere a posto, etc..
Questi gesti dovrebbero aiutarti a comprendere questa filosofia.
Ribadisco, il concetto non è legato a quanto spendi, ma all’affezione verso l’attrezzatura. Non parliamo poi delle mosche. Ognuno ha le sue preferite. Li però è più facile coltivare questa tendenza. Le prime che ti hanno dato grandi soddisfazioni, le tiri fuori ancora, perché hanno la certezza di funzionare.

V: Cosa pensi del No-kill?

C:  Il totale non mi convince, perchè se io vado a pesca in un’acqua ben regolamentata, non posso rimettere sempre tutti i pesci dentro. Ti faccio un esempio concreto: se in quella pool vivono 100 pesci in scala graduale, e li slamo sempre tutti, compreso il più grosso, costui diventerà sempre più grande, e se non avrà concorrenti, sarà soggetto a malattie. Per i nuovi nati ci sarà la saturazione, non ci sarà mai un capitale nuovo, con tutte le scale di età. I grossi insomma andrebbero catturati.

V: Grossi quanto però…non i riproduttori, spero…

C:  Grossi grossi. Fine carriera. E da stabilire da chi gestisce quelle acque. Ci vorrebbe sempre uno stock con una crescita graduale ogni anno. I distinguo sono dati dai posti. Se parlo del Ticino è un conto, del Mastallone, è un altro.
E poi aggiungo che dovrebbe essere una regola non data solo dal posto, ma dallo stesso volere del pescatore. Lui sa che dopo aver catturato e tenuto 1-2 pesci trofeo, deve andare avanti con giudizio. E’ questo anche il senso di Autodisciplina.
Autodisciplina, non REGOLAMENTO però. Ho sempre voluto tradurre questa formula non come una legge, ma come una coscienza individuale. Cosi se ne potrebbero sempre aggiungere di regolette nuove. Senza litigare mai! Non c’è lo scopo.
In una cosa che si chiama autodisciplina, non ci deve essere il censore. Devi cercare di mettere il seme di autodisciplinarsi nell’altro. AD ha avuto successo perché anche l’annoccatore più incallito si “autopromuoveva”.

V: Credo che la mentalità attuale di non prelevare il pescato lo si debba molto a AD…

C:  Altro che!

V: Quanti giorni dedicavi alla pesca ogni anno?

C:  Parecchi, quando ero in gamba!
Un centinaio almeno. D’estate, in campeggio sul lago di Lugano, vado ancora a boccaloni.
Ogni tanto, se qualche caro amico mi porta, vado a temoli in Valtellina. Ho qualche problemino alle gambe. Non mi sento più sicuro sui sassi in acqua e questo mi ha limitato molto…

V: Un sogno nel cassetto?

C:  Nessuno, mi hanno fatto perfino pescatore dell’anno!
La pesca a mosca mi ha dato molto, ho conosciuto migliaia di persone e mi sono divertito. Ho avuto anche la fortuna che Giovanna ( ndr: la moglie ) mi ha sempre seguito e che si è sempre sentita a suo agio con il gruppo della pesca durante i viaggi.

V: Preferisci pescare in acqua dolce o acqua salata ?

C:  Ho molta più esperienza in acqua dolce.
Nella salata sono stato in Belize, a tarpon e bone. Metti in conto che su 5 tarpon agganciati, ne riuscivo a tirare in barca due, gli altri si sganciavano.

V: Bella media Carlo, credimi…
Ti piace costruire?

C:  Si, mi sono sempre fatto le mosche che ho usato in pesca. Sono anche andato apposta a trovare Madame Chamberet, Devaux e Bresson per farmi spiegare i loro trucchetti nel costruire.
( ndr: Confermo, ho visto, con un po’ di invidia, le foto autentiche nell’album personale di Carlo )

V: Secondo te, qual è il pescatore completo?

C:  Deve essere sicuramente padrone di un certo lancio, avere un certo stile, deve essere sufficientemente abile insomma, e i lanci che fa devono essere perfetti.
E’ indispensabile che si alleni sul suo limite e che abbia sempre l’attrezzatura a posto. A questo proposito è un assurdo spendere tanti soldi per una canna, una coda e poi attaccargli un finale da quattro soldi, male equilibrato e giuntato ancor peggio. Tenendo poi conto che il finale è la parte più importante tra te e il pesce….
Aggiungo anche un’altra cosa, secondo me fondamentale: tu puoi essere un gran lanciatore, ma la posa deve essere non un’occasione, un fatto dovuto alla casualità, ma un atto perfetto. Ho sempre avuto questa convinzione: cercavo di far costruire, a chi già pescava a mosca, 10 finali, con caratteristiche di potenza, conicità e tippet, tutti diversi fra loro. Poi gli dicevo di andare in acqua e di provarli con la stessa attrezzatura (canna, coda).
Da li capivano quale finale si adattava meglio al loro lancio, alla loro mano. Ho visto lanciatori troppo potenti…cambiavano 5 mosche di seguito e dragavano sempre. Ne devi tener presente …

V: Che altri hobby hai o hai avuto oltre la pesca?

C:  Ho fatto un sacco di cose. Principalmente fotografia e cinematografia, che coltivo ancora adesso.
Tutte comunque legate alla pesca, al suo ambiente e ai suoi viaggi.

V: Un aneddoto curioso della tua vita di pescatore a mosca?

C:  Era estate, stavo pescando sulla Sava, sotto un diluvio universale. Mi ricordo che avevo solo il naso fuori dal cappuccio. Dal bosco, sulla sponda opposta, esce una ragazza completamente nuda e lentamente entra in acqua e si mette a fare il bagno. Sguazzava tutta felice! Io non esistevo!
Incredibile vero?

V: Carlo…talmente incredibile che ci devi dire che pool era!!
Magari la nipote di questa signorina ha gli stessi gusti della zia…
So che prediligi la secca…

C:  Do la precedenza alla secca, sempre, ma non sono cosi ottuso da andare sul fiume a pescare l’acqua per 5-6 ore a vuoto.
Capisco immediatamente se la giornata potrebbe essere interessante. Non mi faccio vincere dal pesce, quindi pesco anche a ninfa e a sommersa. Uso lo streamer in situazioni veramente molto difficili.
Una volta sulla Krka siamo arrivata che l’acqua era bianca e molto alta. A secca neanche a parlarne. Per non rovinare la giornata bastava pescare down stream facendo lavorare nei sotto riva uno streamer in marabu. Poi io, sai, a streamer sono stato un po’ obbligato dalla pesca al salmone

V: Ninfa ?

C:  Skues raccontava di come si distendeva sull’erba, lanciasse a ¾ e poi alzasse leggermente la canna per fare dei piccoli scatti a risalire. Sul Gacka, le grandi trote si pescavano quasi tutte a ninfa. La ninfa la sostenevi con la canna, facendola scendere tra un erbaio e l’altro. Quasi a vista. Bisognava avere intuito. Se eri fortunato riuscivi a scorgere l’ombra del pesce, o la sua bocca quando si apriva.

V: Veniamo ad AD Carlo, quella del 73 per cominciare.

C:  E’ nata dalle discussioni al club. Tra gli eterni annoccatori e i non. Pensa che ai miei tempi si potevano trattenere 10 trote di 18 cm. Una quota assurda!
Mi domandai cosa fare per non distruggere i fiumi. Se l’avessimo pretesa, come regola ci sarebbero saltati addosso. Infatti in un primo momento abbiamo avuto un contrasto enorme con gli altri pescatori. A me è venuta questa idea, da lanciare a tutti i pescatori, per inculcare nella mentalità di allora di non spopolare completamente le nostre acque.
Dieci regolette, come ad esempio massimo 3 pesci anche dove ne erano permessi dieci; l’ardiglione schiacciato; ecc…, un grosso esame di coscienza insomma e basta.
Queste idee uscirono per la prima volta su Caccia e pesca. Moltissime persone furono raggiunte da questo messaggio. La Fips allora come Fly Angling club ci aveva offerto una mezza paginetta in un suo libretto dove suggeriva i posti per andare a pescare. Fu un successone.
Ci risposero tantissimi giovani, entusiasti di questo modo di pescare e comportarsi. Dopo tre anni di questa pubblicità, cominciarono a chiederci dei soldi, ma AD aveva già fatto il suo corso. Il suo effetto si è ripercosso per almeno altri 10 anni. Vari club l’hanno adottata in seguito. Il messaggio è comunque passato.
Pensa che ho tenuto tutte le lettere che mi scrivevano. Alcune recitavano così -“ Aderisco anch’io, non voglio ammazzare il pesce”-
Erano quasi commuoventi. Non si poteva comunque pigiare troppo sull’acceleratore, il non trattenere era già ai miei tempi un argomento scottante.

V: Cosa pensi dell’attuale AD?

C:  Bisogna trovare argomenti nuovi, attuali e in linea con i giorni nostri. Esempio. Un pescatore va sull’Unec a temoli. Se la giornata è proficua, lancia alla prima asta e continua a catturare per ore. Cattura e ributta. E cosi per ore. Magari sono tutti di 30 cm. Questo per dirti che se io vado su un branco e cerco insistentemente di prenderlo tutto, questo non è pesca a mosca, ma diventa un lavoro, non c’e soddisfazione per me. Cercatevi il temolo, prendetelo e poi concedetevi una pausa. Fate se potete qualche altra cattura e in ultimo, cambiate posto. Oppure: se mettete lo 0,10 e impiegate dieci minuti a tirare fuori un pesce, l’avete sfinito. Statene certi, se deve stare in acqua più tempo del dovuto per non perderlo, è peggio. Cercate di recuperarlo in un tempo ragionevole per evitare che vada in acidosi. E poi potete pure fotografarlo che guizza via, ma andrà sicuramente sul fondo a morire.
Ti do un altro spunto di riflessione. Ci vuole la fiducia tra pescatori. Senza prove di solito uno si sente “insufficiente”.
In altre parole sarebbe importante il fatto di non dover dimostrare la propria bravura a pesca con il risultato. Questo si che potrebbe essere un buon punto della nuova AD.
Ti faccio un altro esempio concreto. Quanti pescatori, con in canna un pesce, indugiano incannati fino a che l’amico guarda finalmente da quella parte…?

V: Posso fare un paio di domande a tua moglie?

C:  Certamente.

V: Signora Giovanna, ha sempre seguito Carlo?

C:  In Italia spesso e all’estero quasi sempre. Facevo le mie osservazioni scientifiche, guardavo sotto i sassi alla ricerca di ninfe, etc..
Mi ricordo sulla Traun delle serate piene di tricotteri, oppure delle schiuse incredibili di effimere.
Non ho mai pescato però. Una sola volta, in un filmino di mio marito, ho provato a volteggiare la coda di topo e a ricuperare un bonfish. E poi leggevo tanto, facevo le parole crociate, lavoravo all’uncinetto, stavo bene da sola, in ogni caso.

V: La miglior qualità di Carlo?

C:  Era molto inventivo e mi ha insegnato molte cose. Io ero a tutti gli effetti il garzone di bottega
Quando facevamo i filmini di pesca, mi occupavo della ricerca delle inquadrature.
Adesso però le racconto un piccolo aneddoto su Carlo. Lo sa che una volta mi sono vista vedova?

V: Racconti, racconti…

C:  Eravamo in Islanda. Carlo aveva stranamente montato la coda in maniera un po’ approssimativa. Ha cominciato a pescare e aggancia un salmone. Il pesce tira fuori tutta la coda, …il backing si rompe.
Mio marito, che non voleva assolutamente perdere la sua coda trascinata a valle dal salmone, l’ha inseguita saltando come un camoscio tra i massi del fiume, bagnandosi tutto. Finalmente a fondo lama riesce ad agguantarla, buttandosi letteralmente in acqua per acchiapparla. Purtroppo non è riuscito a legarla sul vettino. Peccato, perché avesse avuto ancora un minuto, sarebbe riuscito senz’altro a salpare quel salmone…che invece si sganciò…

V: Un pensiero o un augurio per gli amici di Pipam?

C:  Che riusciate a far diventare le vostre discussioni sempre più costruttive. Con opinioni diverse, ma sempre garbate e possibilmente su temi strettamente legati alla pesca a mosca.
E vorrei, se mi permetti quest’ultima nota, che vi sentiste almeno una volta nella vita come mi sono sentito io in Islanda. Ero sul Midfjardara. Mi avevano calato con delle corde in un canyon per pescare downstream e venirmi a riprendere a valle a fine giornata. Monto la canna e scorgo 2-3 salmoni a distanza utile. Al quinto lancio ne incanno uno. Più avanti in un'altra ansa del fiume ne catturo altri due. Li metto nello zaino che avevo sulle spalle e mi incammino lungo il canyon.
Solo allora mi sono accorto della maestosità dell’ambiente. Ero circondato da pareti a picco, lame di sole scendevano a terra come quelle luci che trapassano le finestre di una cattedrale. Il posto era cosi solitario ed emozionante che ho sentito il dovere di ringraziare qualcuno che mi stava facendo assaporare quelle sensazioni. Ecco Valerio, vorrei che voi giovani abbiate l’opportunità, con la pesca a mosca, di sentirvi appagati, in pace con voi stessi, come il sottoscritto quella volta…

V: Bel pensiero Carlo. Cari signori, grazie mille del bel pomeriggio passato insieme. Un’ultima richiesta Carlo. Non potresti convincere Giovanna a fare dei corsi accelerati alle nostri mogli su come si seguono i mariti in pesca ?



Valerio Santagostino (BALBOA)

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