SCREEN

Layout

Cpanel

USA - Le steelheads dell'Oregon (prima parte)

USA   Settembre 2010


di Gianfranco “Von Pellix” Pelliciari


La cronistoria in più parti, tra il serio e il faceto, del mio viaggio in USA, in compagnia dei cari amici scavezzacollo Antonio "Popeye" Fadda e Franco "Pakey" Arsie, per pescare le steelheads dei più blasonati fiumi dello Stato dell'Oregon: l'Umpqua e il Rogue...Tanto per farci anche quattro risate insieme...


L’Oregon!!! il Far West!! le steelheads dell’Umpqua!! i salmoni del Rogue... il viaggio della vita!
Ecco con quale spirito ho vissuto e sto vivendo questi momenti irripetibili, da me sempre sognati fin da bambino.
Tutto è iniziato a marzo, a seguito di una chiacchierata con Antonio “Popeye” Fadda che, ad un tratto, fra le altre cose mi comunicava la sua ferma intenzione di fare per l’inizio dell’autunno un bel viaggio negli States a pesca di salmoni ma, soprattutto, delle mitiche steelheads sulle rive dei mitici Umpqua e Rogue insieme al suo amico di sempre Franco “Pakey” Arsie e di aver contattato alla bisogna il nostro comune amico Claudio Tagini per verificare la fattibilità e i costi di un’avventura nel “Far West” di una quindicina di giorni.
Subito mi sono balenati davanti agli occhi quegli stupendi paesaggi che i films di indiani e cow boys fin da bambino mi facevano sognare, pieni di mandrie di placide vacche al pascolo, di bisonti scontrosi, di indiani eternamente in lotta con le giubbe azzurre e di trappers con i camiciotti di cuoio sfrangiato.
Ricongiunta la giusta connessione fra il cervello e gli occhi, abbandonata la visione di panorami totalmente diversi fino a qualche attimo prima presentata da quelli della fantasia, messi così subito i piedi per terra e con ancora in mano la cornetta del telefono in linea con Pop ho pregato – quasi in ginocchio – mia moglie Costanza di permettermi una “scappatella” di una quindicina di giorni negli USA.
L’urlo di mia moglie che ne è seguito mi ha obbligato a chiudere subito la conversazione telefonica con Antonio con una banale, quanto improbabile, giustificazione di una pentola caduta su un piede della consorte permettendomi peraltro di avviare istantaneamente un sistematico quanto sottile “lavoro ai fianchi”, culminato qualche tempo dopo con il sofferto consenso al viaggio – da parte sua – previo peraltro la corresponsione di un cospicuo regalo – da parte mia – di ben tre (dicasi TRE) lampadari di Murano con la scusa del “nostro” compleanno.... Ma tant’è. Il gioco è valso la candela.
Contattato più volte Claudio per spiegargli i nostri intendimenti, egli si è messo subito al lavoro e, in breve tempo, ci ha programmato per filo e per segno le nostre due settimane negli States.
Così, dopo un mese ci siamo visti arrivare per posta un librone personalizzato di quasi 80 pagine con cui ci veniva spiegato per filo e per segno tutto – ma PROPRIO TUTTO!!! – su cosa avremmo trovato, dove avremmo dovuto andare per fare la spesa convenientemente o per trovare qualcosa di italiano verace, dove avremmo soggiornato con la descrizione dei lodges, chi avremmo avuto come guide nelle uscite sui fiumi e dove e come contattarli, cosa valeva la pena di visitare in zona nel tempo libero, il tutto condito da un’infinità di fotografie, di stralci di carte topografiche e di viste aeree prese da Google Map per finire, dulcis in fundo, con la storia dei nativi americani che soggiornavano ai tempi d’oro in Oregon.
Insomma, un lavoro altamente professionale, una vera e propria “Bibbia” omnicomprensiva di tutto quello che ci sarebbe potuto servire... e anche di più. Bravo Claudio!!!!
Nonostante la mole, la lettura di quel pò pò di librone personalmente non mi ha preso che pochi minuti, visto che me lo sono letteralmente divorato (anche mentre ero in bagno...). Costanza in quel periodo mi guardava con apprensione chiedendomi in continuazione dove io fossi al momento – visto il mio sguardo perso nel vuoto – preoccupandosi che questo mio stato di trance profonda non diventasse permanente, anche perchè i lividi che avevano iniziato ad adornare i miei stinchi e i gomiti continuavano ad aumentare in maniera proccupante per il mio continuo sbattere ad occhi aperti e sognanti contro ogni spigolo di casa.
D’altronde... se io ero ormai in Oregon con le “mie” mitiche steelie lei comunque aveva i “suoi” costosi lampadari di Murano... pari e patta!!
Ormai il 17 di settembre, giorno della partenza, si avvicinava rapidamente e i preparativi fervevano. Una domenica siamo anche andati a Bassano del Grappa a “trovare Paola”, la paziente moglie di Antonio, per fare quattro chiacchiere con lei e per mangiare qualcosa insieme (banale scusa per permettermi di portare le mie canne da pesca da inserire nel “bazooka” di Franco per il loro trasporto in USA).
Siamo ormai al rush finale... ultimi acquisti (una canna 9’ per coda 8 con relativo mulinello e mosche varie da steelheads e da salmoni), un pò di dollari dalla banca (anche se ancora non so ciò che mi accadrà negli USA, accidenti a Nuccio, il mio “bancario di fiducia”... che gli venga la cagarella!!!), le borse sono fatte, il passaporto è bollato di fresco, una manciata di Euro dal Bancomat – non si sa mai – la macchina fotografica carica e con una scheda nuova di zecca (da 4 GB, stavolta non mi fregano!!!) e l’avventura può iniziare.
Il 17 è arrivato, finalmente... si parte!!!
Costanza, che mi vuole accompagnare a tutti i costi fino a Venezia, è un pò mogia ma fa la parte della moglie allegra ed io per questo l’amo sempre di più.
Io non sto più nella pelle e l’eccitazione e l’allegria mi fanno brillare gli occhi, eccitazione ed allegria che finalmente riesco a trasmettere anche a lei.
L’arrivo a Venezia Mestre a sera ci ricorda la stessa avventura per il viaggio dell’anno scorso per la Penisola di Kola - allora avvenuta a notte fonda - e l’arrivo in albergo, un bellissimo resort che sorge a pochi passi dall’aeroporto, questa volta avvenuto ad un’ora decente, ci permette di riposare almeno un pò visto che la partenza per Eugene in Oregon,con scali ad Amsterdam e a Portland, è prevista per le 07.00 e che occorre presentarsi almeno un’ora prima all’imbarco.
Alla mattina ci svegliamo alle quattro – sveglia per modo di dire, visto che io personalmente avrò chiuso occhio al massimo per un paio di ore – e, fatta colazione, prendiamo la navetta dell’albergo delle 05.30 che ci porta in aeroporto in poco più di 5 minuti.
Arrivati all’interno dell’aerostazione il primo dramma: una fila immensa si snodava presso lo stesso banco dove tre impiegate che servivano contemporaneamente i viaggiatori della KLM (il vettore convenzionato con la Delta Airlines per il nostro volo fino ad Amsterdam), quelli dell’Air France diretti a Parigi e dell’Alitalia diretti a Madrid facevano quello che potevano!!!
Un caos indescrivibile!!
Antonio e Franco, arrivati una mezz’oretta prima di me, erano già avanti ma comunque a mezza fila e a me e Costanza ci è toccati metterci in fondo.
Giunti finalmente al bancone, pesati i bagagli e salutata con un bacio la mia adorata moglie (Costanza, ogni attimo il mio amore aumenta per te ) mi fiondo di corsa verso l’imbarco, che era stato addirittura ritardato di quasi 25 minuti per permettere a tutti i passeggeri di salire a bordo.
Sorvolare le Alpi è stato comunque un momento di grande emozione: stavo lasciando l'Italia per andare negli States!!!
Stavo andando a pescare in quella stessa terra che gli indiani Nez Percè contendevano ai cercatori d'oro e ai cacciatori di pellicce, quegli stessi indiani che si dipingevano la faccia mezza nera e mezza rossa... Mica bau bau, micio micio...
Il ritardo accumulato a Venezia si ripercuoterà inesorabilmente anche nel secondo scalo ad Amsterdam, obbligandoci ad attraversare di corsa praticamente tutto l’aeroporto (come al solito mai, ma proprio MAI, che i gates di arrivo e di partenza siano ragionevolmente vicini. MAI!!!). Metteteci anche due addetti alla sicurezza olandesi che, assolutamente indifferenti al ritardo che stavano causando, per farci accedere al tunnel d’imbarco con un ghigno sardonico sulle labbra ci hanno interrogato per almeno 10 muniti chiedendoci se i bagagli erano nostri, se portavamo droghe o esplosivi, se qualcuno si era avvicinato alle nostre borse e se le stesse le avevamo approntate noi. Il tutto naturalmente in inglese stretto, nonostante li avessimo pregati di parlarci “slowly and simply” per permetterci di capire.
Così anche l’imbarco sull’Airbus A 320 transatlantico della Delta Airlines è praticamente avvenuto “al volo” e con 5 muniti di ritardo in quanto io stesso, appena salito a bordo praticamente lanciatovi dentro da una robusta assistente all’imbarco, come ultimo passeggero mi sono sentito sbattere con violenza il portellone dell’aereo dietro alle spalle.
Nove ore di volo sono veramente lunghe, specie per due “oversize” come me e Antonio, condannati inoltre a sedere vicini per tutto il viaggio (a proposito, lui è dimagrito così a me è toccato “perdere” ancora per 4 a 0 nella gara fra noi due chi si deve far dare la prolunga per la cintura di sicurezza…
Ma l’anno prossimo, caro mio… l’anno prossimo ti straccio!!! )
.
Devo peraltro ammettere che invece siamo stati trattati veramente con i guanti in quanto, non essendo stati occupati, in coda risultavano esserci due posti liberi cosicchè la hostess di cabina, dopo averci soppesato con una rapida occhiata e probabilmente mossa a compassione, appena imbarcati ci ha separati permettendoci così di usufruire di un doppio posto per tutto il viaggio.
Chiaramente di dormire non se ne è nemmeno parlato. Tra l’adrenalina della corsa, l’eccitazione del viaggio e la novità di volare sulla rotta polare verso gli States io non ho chiuso occhio, osservando con curiosità le informazioni dei parametri di volo e la cartina dei paesi sorvolati e gustandomi fra l’altro la primizia di un film in prima visione proiettato sullo schermo del sedile... e pure in italiano!!!
Il volo questa volta è stato una delizia e il panorama che si poteva scorgere dal finestrino rifletteva i territori che mano a mano si andavano a sorvolare, compresa la banchisa della calotta polare, visto che il volo seguiva quella che viene in gergo chiamata per l’appunto “rotta polare”.
Poco alla volta, passata l’eccitazione, mi sono messo a pensare a cosa avrei trovato una volta sbarcato dall’aereo, alle difficoltà di non conoscere bene la lingua (il mio inglese è meno che sufficiente, oserei dire praticamente nullo) e se le mie aspettative sarebbero state o meno rispettate.
Un pò di apprensione ha così incominciato a montare, ma la sicurezza di essere in compagnia di due veri amici mi ha fatto subito passare ogni dubbio; in tre ce la saremmo comunque cavata, vista la precedente esperienza in Russia vissuta assieme lo scorso anno. Vuoi mettere? Quest’anno non si va a casa dei “mugichi”!
Questa volta si va a casa di Buffalo Bill!! Mica cotiche!!!
Così il mio pensiero è subito volato a casa da Costanza, con un pò di rammarico per non averla potuta portare con noi.
A questo pensiero devo confessare che un certo senso di colpa mi ha attanagliato l’animo (ma solo per un attimo…) subito sostituito da un dolce pensiero ed un sussurrato “Grazie, amore mio mi è salito spontaneamente alle labbra. Sono fortunato, devo ammetterlo. Sono veramente fortunato ad avere al mio fianco come compagna della mia vita una donna così.
Per questo mi sono ripromesso che se quest’anno non siamo riusciti a venire in viaggio insieme, l’anno prossimo la vacanza sarà solo nostra!!! Un mega giro per gli States io e lei – solo turismo questa volta – non ce lo leva proprio nessuno. Altro che lampadari di Murano!!!
L’aereo vola più veloce del previsto a quasi 1.000 kilometri all’ora, grazie ad un sostenuto “jet stream” in coda e la nostra destinazione si fa sempre più vicina. Il computer di bordo, riporta sullo schermo davanti ad ogni passeggero i parametri di volo e l’eccitazione di iniziare a vedere il suolo americano ormai sovrasta tutte le altre sensazioni. Superata la Groenlandia, ormai siamo sul Canada e lo scalo di Portland è lì lì, ad un tiro di schioppo... si fa per dire...
L’atterraggio è da manuale e l’aereo tocca il suolo con dolcezza. Da pilota brevettato di aliante veleggiatore con oltre 250 ore di volo non posso che complimentarmi mentalmente con il “collega” che ci ha scorrazzato per i cieli con questo bestione da quasi 80 tonnellate.
Finalmente non dobbiamo più correre poichè siamo arrivati con addirittura oltre 5 minuti di anticipo grazie a quei jet streams in coda che abbiamo trovato in quota e che hanno di fatto incrementato la velocità al suolo dell’aereo di oltre 90 kilometri all’ora di velocità relativa.
All’aeroporto iniziano i primi patemi d’animo, forieri di ben più gravi disagi: i nostri bagagli non ci sono!...
Ci rivolgiamo all’addetto al carosello che ci spiega che, molto probabilmente, essi sono stati lasciati sul carrello per il successivo imbarco per lo scalo di destinazione di Eugene. Ci guardiamo perplessi, in quanto sapevamo invece che Portland, come primo scalo negli USA, avrebbe dovuto avere il check point preso cui sia noi che i nostri bagagli saremmo stati ispezionati dagli agenti addetti al “Border Security Control”. Ci rechiamo pertanto presso il varco di frontiera senza di essi, superandolo previo controllo dei documenti e piccolo interrogatorio da parte dei funzionari di dogana.
Fortunati come al solito, ad Antonio e a Franco capita un agente appassionato di pesca a mosca, percui per loro il controllo è quasi un pro forma, mentre a me invece ne capita uno un pò pignolo... Per fortuna che abbiamo molto tempo da passare prima dell'altro imbarco. Anche qui ci è toccato in pratica attraversare tutto l’aeroporto (la legge non scritta che “obbliga” – a quanto pare!!! – i gestori dei voli a non programmare MAI – ma proprio MAI – adiacenti, o almeno vicini, gli scali di arrivo e di partenza anche questa volta è stata rigidamente seguita) per recarci dalla zona dei voli internazionali a quella dei voli locali.
Fatto il biglietto per Eugene ci siamo finalmente concessi un pò di riposo, anche perchè il jet lag già si faceva sentire (9 ore di differenza in meno sono proprio tante).
Prendo allora il cellulare nuovo nuovo, comprato apposta per questo viaggio, antishock, antiurto, dual SIM, con torcia incorporata e con chiamata automatica di emergenza (un vero bijou per noi pescatori) ma scopro con grande sorpresa di non poterlo utilizzare per chiamare Costanza a casa per rassicurarla di essere arrivato sano e salvo. Rimango così prima un pò perplesso e poi molto seccato scoprendo che la mia scheda telefonica della COOP negli States non funziona nonostante le assicurazioni che mi avevano fornito gli addetti. Mi guardo costernato attorno e ne parlo con gli altri che, naturalmente, mi prendono subito per il cu@@lo .
Ma come!!! L’anno scorso la stessa scheda ha funzionato addirittura nel regno dei “cosacchi” – anche se solo per inviare SMS – e qui invece, nel paese della libertà, non mi permette di fare assolutamente nulla!!!
Con uno sguardo tra il pietoso e il canzonatorio i miei amici mi prestano un cellulare con cui riesco finalmente a parlare con casa. Un altro colpo basso delle COOP rosse al libero mercato a stelle e strisce che mi fa ripromettere, una volta tornato a casa, di acquistare una scheda che funzioni “all around”, sicuramente più adatta ad un “uomo di mondo” come me...
Dopo un’ora e mezza di attesa finalmente ci imbarchiamo su un aereo che, in poco più di mezz’ora di volo, ci scarica definitivamente ad Eugene, nostro scalo finale.
E qui iniziano i guai...
Tutti i nostri bagagli – ma proprio TUTTI – non sono proprio arrivati!!!
Subito ci rivolgiamo all’unico addetto presente nel nostro inglese stentato e, a grandi gesti, riusciamo comunque a spiegargli quanto successo.
L’addetto incomincia così a telefonare e ad interrogare il computer ma senza alcun esito: dei nostri bagagli non c’è alcuna traccia... spariti praticamente nel nulla!!!
Unica speranza che ci viene data è quella di riprovare il giorno dopo qualora essi venissero recapitati con un volo successivo.
Ritirata sconsolatamente la dichiarazione di smarrimento bagagli, ci rechiamo presso il banco dell’Avis a ritirare la macchina prenotataci da Claudio, uno spendido SUV Chevrolet TRAVERSE LT a sette posti, cambio automatico a sette rapporti e con motore a benzina da 280 cavalli di 3.600 di cilindrata, quattro ruote motrici, strumentazione digitale reversibile miglia/chilometri, telecamera per retromarcia, sensori di prossimità, pulsante per chiamata di emergenza diretta con l'AVIS e stereo della Bose. Sicuramente viaggeremo comodi e sicuri, e almeno questo quello è un fattore positivo.
Ci rechiamo così a fare la prima spesa e, seguendo la dettagliata cartina e le indicazioni forniteci da Claudio con la “Bibbia”, ci rechiamo da “Trader Joe’s”, una catena di supermercati che vendono di tutto, ma proprio tutto.
Arrivati al supermercato, oltre ai viveri necessari alla sopravvivenza, compriamo anche i generi di prima necessità che ci sarebbero potuti servire qualora i bagagli non ci fossero consegnati in tempi brevi. Dopo aver fatto la spesa mangereccia, eccoci così andare nella corsia degli abiti e comprare, oltre a spazzolino e dentifricio, anche mutande, calze, magliette e pantaloni da ginnastica, con la muta speranza però di non doverli usare per molto tempo.
Il primo impatto che abbiamo dell’America si potrebbe esaurire in una sola parola: GRANDE! .
Qui tutto è grande: i parcheggi, le strade, i negozi, gli spazi, le macchine... Nota a parte su queste ultime: è praticamente impossibile vedere un’utilitaria. Qui la macchina di cilindrata media più usata che abbiamo incontrato è almeno un SUV o un PIC UP di almeno 3.500 cc. di cilindrata. La benzina costa meno di 3 dollari al gallone (2,89 $ per 3,78 litri fa 76 centesimi di dollaro a litro, in pratica meno di 55 centesimi di euro al litro al cambio attuale) e questo, unito al fatto dei grandi spazi da percorrere, spiega la grossa cilindrata che hanno le vetture americane (oltre, naturalmente, al noto nazionalismo americano che fa concepire tutto in grande).
Riempite le borse di plastica con il necessario, proviamo a raggiungere il negozio di pesca presso il quale fare i permessi di pesca ma, nonostante le precise indicazioni della preziosa “Bibbia” di Claudio, ci perdiamo per le strade di Eugene, a causa del traffico e delle indicazioni stradale che ancora facciamo fatica a decifrare correttamente. Decidiamo pertanto di proseguire per la prima sistemazione in riva all’Umpqua.
Umpqua... fiume mitico il cui nome ci risuona nelle orecchie e che ci fa sognare ad occhi aperti di salmoni giganteschi e di epici combattimenti con le sue steeelies d’argento.
Ci mettiamo così subito in viaggio sulla “Highway 5 South”, autostrada che collega il Canada al Messico passando per gli stati di Washington, Oregon e California e che viaggia praticamente parallela alla mitica “Highway 99”, per raggiungere Roseburg, cittadina da cui proseguiremo per il ighway North Umpqua River, dove alloggeremo presso un lodge di pesca, o meglio una villa per vacanze che, praticamente, si affaccia sulle sue rive.
Lasciamo la "Highway 5 South" per la “Highway 99” all'altezza di Sutherlin e, imboccata poi la “North Bank Road” (già la parola dice tutto) riusciamo finalmente a parcheggiare la macchina presso una villa bellissima su tre livelli di cui prendiamo possesso come nababbi spartendoci i posti per dormire: Antonio sale sul loft e si spaparanza su uno dei tre letti matrimoniali presenti, Franco si appropria della camera padronale a pianterreno ed io mi sistemo in una delle due camere da letto del piano inferiore.
I locali in cui alloggeremo sono enormi, nel tipico stile americano. I soffitti, con legno a vista, sono alti almeno otto metri, su tutto il pavimento è posata una soffice moquette bianca (un attentato per le nostre scarpe, che lasceremo sempre all'ingresso visto l’avviso dei proprietari che ci "invita" perentoriamente a farlo... pena una multa di 500 dollari in caso di inadempienza...!!!) ed una parete completamente a vetri - la più grande - che si affaccia sul “nostro” Umpqua, una vista che ci affascina sin da subito.
In pratica, facendo rapidamente alcune proporzioni con i nostri alloggi in Italia, la cucina con la sua isola centrale è grande come il mio soggiorno e il soggiorno della villa è grande come tutto il mio appartamento di Modena...
La prima cosa che naturalmente facciamo, giusto per mettere sin da subito il nostro “marchio di fabbrica”, è farci da mangiare nel più consueto stile italiano: una mega maccheronata “aglio, olio e peperoncino” , tanto per toglierci dalla mente l’amarezza di essere in America per pescare... e non avere l’attrezzatura per farlo!!
Così Antonio, forte della sua esperienza in merito <(e della sua stazza... che non ammette repliche...) si autonomina “cuoco ufficiale” della spedizione, delegando a noi due il gravoso incarico di “lavapiatti ufficiali” da alternare con quello di “addetti all’apparecchiatura e sparecchiatura della tavola”, che io e Franco ci giochiamo a morra tutti i giorni con la speranza ogni volta di non mettere le mani a bagno nell’acqua saponata... A parte il fatto che il tritarifiuti inserito nel lavabo ci affascina con il suo rumore da “turbocompressore” e un pò anche ci spaventa per la voracità che sembra avere nel risucchiare e triturare tutto quello che ci finisce dentro... .
Espletate le necessarie “funzioni biologiche nutrizionali” (leggasi “megamaccheronata”) telefoniamo a Scott Howell, la nostra guida scelta da Claudio per i prossimi tre giorni (una delle migliori di tutto l’Oregon, contattabile presso il suo sito: www.scotthowellfishing.com) per avvisarlo che l’indomani non avremmo potuto andare a pesca per la mancata consegna dei bagagli e delle attrezzature. Purtroppo egli non ha potuto spostare la giornata prenotata e già pagata ad altra data poichè già impegnato per tutta la settimana.
Questo ci ha ulteriormente fatto arrabbiare, facendo scemare immediatamente l’entusiasmo per la regale sistemazione in quanto ciò ci ha comportato la perdita di ben 400 dollari per la giornata persa! .
Con l’amaro in bocca, pertanto, ci ritiriamo nelle nostre stanze per riposare finalmente su un bel letto e cercare di assorbire il ”jet lag”che incomincia a farsi risentire.
La camera che ho scelto nella “tavernetta” (se la si può chiamare così, visto che il seminterrato della villa è composto da: soggiorno con angolo cottura e ingresso indipendente, due camere da letto matrimoniali con annesso sgabuzzino/guardaroba, un bagno e la lavanderia... altro che “tavernetta”!!!) ha una splendida vista grazie a due grandi finestre che si affacciano sul fiume, visibile anche dal sontuoso letto matrimoniale, altissimo e con un mega materasso in lattice, di quelli che si adattano perfettamente al corpo e, una volta impressa la sagoma del corpo, la mantiene per qualche minuto prima di ritornare lentamente alle dimensioni primitive. Altro che letto di piume... una ulteriore delizia...
La notte passa abbastanza bene ma il “jet lag” continua a farsi sentire e, nonostante la stanchezza e lo scarico della tensione, alle 05.00 ora locale (ma le 14.00 per il nostro ciclo circadiano giorno/notte) ci ritroviamo tutti in cucina, pronti per la colazione. Naturalmente rimaniamo fedeli alla nostra cultura mediterranea ma con alcuni “inserti locali” così, abbandonata l’idea di un bel piatto di uova e pancetta “made in USA”, ci serviamo una bella tazzona di yogurt però farcita con i Kellogs al miele. Un buon compromesso fra due culture culinarie.
Dopo colazione decidiamo di fare la mattina un bel giro panoramico per prendere conoscenza della zona di pesca e poi ritornare ad Eugene, lontana 90 miglia (150 chilometri) per vedere se all’aeroporto erano finalmente giunti i nostri bagagli.
La giornata si presenta uggiosa e una pioggerella insistente continua a scendere. La cosa ci mette di buon umore, poichè sappiamo bene che questa è una delle condizioni essenziali per la risalita dei salmoni che ora stazionano alla foce del fiume, pronti ad “annusare l’aria di casa” e a precipitarsi per risalire il fiume fino alle zone di frega. Per contro, siamo peraltro molto abbacchiati pensando che, se avessimo avuto i nostri bagagli, a quest’ora invece di essere pronti ad andare in giro per gli States saremmo sul fiume a “pucciare” le nostre code in acqua.
Intanto si fa l’alba e il paesaggio, che l’arrivo nella serata del giorno prima ci aveva impedito di ammirare, ci si presenta con tutta la sua bellezza. La vallata dell’Umpqua su cui si affaccia il lodge è magnifica! Il fiume è anch’esso di una bellezza affascinante e scorre tra raschi, salti d’acqua, pool invitanti tra rocce affioranti dalla corrente. Secondo le indicazioni di Claudio anche qui sotto ci dovrebbe essere un discreto passaggio di salmoni (e conseguentemente di steelheads...) che, per risalire dalla foce alle zone di riproduzione, secondo lui “debbono per forza passare di lì”. Ma dal dire al... prenderle questa è tutt’altra faccenda.
Affacciandoci sulla terrazza della casa, i paesaggi che ci si presentano ora ci entusiasmano ancora di più ma, con un moto di rimpianto, rientriamo per metterci in macchina e decidiamo di andare prima a Roseburg per fare i permessi di pesca e incominciare ad immergerci nella realtà americana e poi proseguire per Eugene.
Un altro giro per la casa ci permette di ammirare quegli spazi e quei particolari che la stanchezza del viaggio la sera prima ci aveva impedito di cogliere.
Continuiamo così a stupirci per la grandezza dei locali a nostra disposizione e la loro luminosità, data da intere pareti a vetro. Claudio ha proprio scelto bene tra le varie opzioni a sua disposizione!!!
Una volta arrivati a Roseburg e fatti i permessi di pesca (118 dollari per due settimane di pesca) incominciamo un giro turistico per la città, una tipica cittadina americana che si sviluppa sulle rive dell’Umpqua. Gli ambienti che incontriamo sono proprio come ce li aspettavamo, grazie anche alla notevole “cultura” fatta negli anni a seguito dei programmi e dei films made in USA che da sempre hanno invaso i nostri schermi.
Quartieri di casette prefabbricate ne costituiscono la periferia, chiaramente indicata da apposite indicazioni stradali come “Downtown”, sempre preceduti da molti parcheggi per case mobili, molto comuni negli USA sia sotto forma di mega camper, sia come grossi rimorchi agganciati ai SUV o ai Pic Up dei proprietari.
Il traffico è ordinatissimo e tutti sono in generale molto rispettosi dei vari limiti di velocità, che sono di norma compresi tra le 20 miglia all’ora (32 km/h) dei centri cittadini alle 65 miglia all’ora delle highways (106 km/h). Incrociamo poche pattuglie della polizia locale, su macchine molto colorate e appariscenti, dotate di enormi lampeggianti sul tettuccio. Mano a mano che si entra in città, le case diventano più ricercate e carine, mantenendo nella maggior parte dei casi un giardinetto anteriore delimitato da una staccionata. Quasi tutte hanno una bandiera a stelle e strisce inastata, a riprova del grande nazionalismo che caratterizza la popolazione, molto fiera della propria appartenenza alla nazione americana.
Molti negozi si caratterizzano per avere dei “feticci” caratteristici in bella mostra all’ingresso e i drugstores più importanti rimangono veramente aperti praticamente 24 ore su 24.
Dopo aver girato per un pò ci troviamo a passare sul ponte più importante della cittadina e ci fermiamo in una piazzola subito accanto per ammirare l’Umpqua che poco più a monte presenta una bella briglia.
La "piazzola" è una delle realtà che incontreremo spesso in zona, in quanto praticamente ogni quattro o cinque miglia delle strade che costeggiano i fiumi più importanti si trovano questi spiazzi facilmente raggiungibili, perfettamente pavimentati e attrezzati e mantenuti superbamente, a riprova di come gli americani tengano in maniera particolare alla valorizzazione del loro territorio.
In questa, come in tutte le altre che incontreremo in futuro, troviamo infatti una bacheca che illustra ai vari visitatori le caratteristiche del bacino dell’Umpqua, gli animali che vi si trovano con speciale riferimento ai pesci che abitano le sue acque e tutte le informazioni ad essi correlate (il ciclo vitale, l'ambiente in cui si trovano, di cosa si nutrono, ecc...).
La briglia si rivelerebbe un ostacolo praticamente insuperabile per i salmoni e le steelheads in risalita, pertanto il Dipartimento della Caccia e della Pesca dello Stato ha realizzato una apposita scala di rimonta posta sul lato sinistro dello sbarramento che consente ai pesci di superare l'ostacolo agevolmente e proseguire per raggiungere le zone di frega e di riproduzione.
Scopriamo inoltre che presso la riva è stata realizzata una scaletta, scendendo la quale si accede ad un locale con una grande vetrata subacquea che permette di osservare i salmoni e le trote che risalgono la corrente superando l’ostacolo costituito dalla briglia stessa. Un bell’esempio di cura dell’ambiente naturale come ci vorrebbe anche da noi.
Nel periodo in cui ci siamo fermati, nonostante la pioggerella insistente abbiamo potuto assistere alla visita della struttura da parte di famigliole intere che si sono recate ad ammirare i salmoni che passano nuotando davanti al vetro, giocando con le correnti per farsi aiutare a vincere la forza dell’acqua.
Abbiamo anche noi visitato la struttura, accodandoci alle persone che già erano presenti e in un quarto d’ora abbiamo potuto osservare la risalita di almeno quattro o cinque salmoni e di alcune trote che prima stazionavano vicino al fondo per poi scattare e risalire la corrente con potenti colpi di coda.
Finita la visita, abbiamo deciso di raggiungere Eugene per andare a vedere se i nostri benedetti bagagli erano arrivati o meno. Arrivati alle 15.00 in aeroporto ci rechiamo dall’addetto alla ricezione dei bagagli il quale ci comunica che, a tutt’ora, dei nostri bagagli neanche l’ombra. Comincia così ad interrogare di nuovo il computer ma di essi proprio nessuna traccia.
Lo sconforto incomincia a prenderci ma l’addetto, molto gentilmente, ci invita ad attendere ancora fino alle 17.00, ora in cui atterrerà l’ultimo volo previsto per la giornata.
Ci rechiamo pertanto presso la tavola calda e mangiamo un hamburger con patatine per poi metterci comodamente ad aspettare l’arrivo di questo benedetto aereo.
Dopo qualche tempo vediamo una massa di passeggeri varcare i tornelli di sicurezza che ci indicano il suo arrivo, percui ci rechiamo ancora una volta al bancone dei “bagagli smarriti”, dove l’addetto con un sorriso ci comunica che tutti i nostri bagagli, compreso il bazooka delle canne, sono arrivati.
Lanciamo un urlo di liberazione facendo girare stupiti alcuni passeggeri e alla fine ci sorridiamo sollevati.

FINALMENTE DOMANI SI PESCA!!!
Col cuore più leggero e i nostri benedetti bagagli nel vano posteriore, ci rimettiamo in macchina e ritorniamo a casa. I 150 chilometri verso il lodge sono percorsi praticamente in un attimo. Mentre viaggiamo, ci stupiamo nell’incontrare un sacco di grossi autocarri con rimorchio carichi di enormi tronchi d'albero con il legno che, a volte, si presenta rosso come il sangue: sono i famosi abeti “Douglas” – che è il nome appunto di una delle contee in cui è suddiviso l’Oregon ed in cui ci troviamo – che sono caratteristici proprio di questo stato e che ne costituiscono una delle più famose e produttive ricchezze.
Incrociamo anche un numero impressionante di mega-caravan – praticamente delle motorhome, vere e proprie case mobili - molte delle quali con agganciata direttamente a rimorchio la macchina, quasi fosse un normale tender, soluzione che io reputo veramente geniale.
Sorpassiamo o incrociamo inoltre numerosi autotreni con dei veri e propri appartamenti realizzati nel retro della cabina, a riprova che il mestiere dell’autotrasportatore negli USA su queste strade, praticamente infinite, è alquanto duro e pesante e che occorre pertanto portarsi dietro tutte le comodità possibili.
Il viaggio di ritorno ci vede percorre di nuovo la “Highway 5 South”, una di quelle tipiche autostrade americane che siamo abituati a vedere nel films e nei telefilms. Anche qui si nota la pragmaticità degli statunitensi: per quanto lo permetta il terreno, le strade normali e le superstrade sono tutte perfettamente dritte, senza alcuna area di servizio ma con molte aree di sosta, con rettilinei lunghi anche decine e decine di chilometri le cui carreggiate sono divise di norma non da spartitraffici o da “jersey” (che vengono usati solo in occasione dei restringimenti per superare eventuali ostacoli) ma da un ampio prato – largo almeno come due carreggiate – atto sia a separare i due flussi di veicoli, sia a permettere eventualmente una uscita di strada in sicurezza in caso di emergenza e sui cui bordi si sistemano di norma le macchine della polizia a controllo del traffico.
Appena arrivati chiamiamo Scott per avvisarlo dell’arrivo dell’attrezzatura e per concordare gli orari per la giornata successiva. Da serio professionista, egli ci viene a trovare per esaminare e valutare la nostra attrezzatura e per indicarci quali artificiali sono i più adatti alla pesca che intendiamo fare.
A questo punto ci accorgiamo che la canna di Franco non è presente nel bazooka... lo sconcerto incomincia a serpeggiare fra di noi, anche perchè scopriamo che i sigilli messi da lui erano stati tagliati e sostituiti da altri e che il contenitore era stato aperto dalle autorità di frontiera dell’aeroporto di Portland per una verifica di sicurezza, come riportato da un biglietto al riguardo che vi troviamo all’interno.
Subito i nostri sospetti si appuntano su qualche funzionario di dogana estremamente interessato alla pesca a mosca e con le mani particolarmente lunghe... a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca!!!
Ciò rovina irrimediabilmente lo spirito allegro che la riconsegna dei nostri ritrovati bagagli ci aveva fatto fino ad allora rinascere. Immediatamente confortiamo Franco dicendogli che sicuramente la canna si trovava ancora a casa, ma lui ci assicura invece di essere certo di averla riposta insieme alle nostre. Allora gli consigliamo di telefonare a casa per chiedere alla moglie e al figlio di controllare se essa si trovasse ancora in garage, cosa che avremmo comunque potuto fare solo il giorno seguente poichè il lodge è in una zona in cui tutti i nostri cellulari non funzionano – il mio a prescindere, porcaccia la miseria!!! – in quanto non hanno campo.
Intanto con Scott continuiamo ad esaminare il resto delle attrezzature, costituite da due canne da spey, una di 15 piedi per code 10/11 (quella di Antonio) e una di 12 piedi e mezzo per code 8/9 (la mia) che superano il suo giudizio mentre le mosche che abbiamo portato non sono ritenute altrettanto valide così Scott, dopo avercene mostrate alcune montate da lui e ritenute molto catturanti, ci assicura che ne avrebbe portate a sufficienza il giorno successivo e che Franco avrebbe comunque potuto pescare utilizzando una delle canne che lui mette eventualmente a disposizione dei clienti. Ci diamo allora appuntamento per le 06.00 presso uno store sulla strada per poi proseguire per la zona “solo artificiali” del North Umpqua River.
Con lo sconsolato Franco ci prepariamo per la serata e decidiamo di farci una mega spaghettata al ragù. Antonio si mette subito all’opera e mentre egli prepara una terrina enorme di ragù che si servirà almeno per tre o quattro giorni noi cominciamo finalmente a mettere a posto i bagagli.
Una volta cotta e scolata la pasta, sempre con un pò di amaro in bocca ci mettiamo a tavola e così facciamo fuori un bel piattone di pasta all’italiana, per continuare poi a preparare l’attrezzatura da pesca prima di andarcene a dormire, tanto lo svegliarci presto non sarà un problema; a questo ci penserà ancora il “jet lag” ... Ma questo è un altro capitolo, il prossimo, della saga...
... to be continue...


Gianfranco Pelliciari (Von Pellix)


© PIPAM.org

PIPAM Shop ...

.... NEWS !!!

Sei qui: Home Fly Magazine Avventure USA - Le steelheads dell'Oregon (prima parte)