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CHL - Dalle Ande all'Oceano Pacifico

Cile  Marzo - Aprile 2009


Testo e foto di Federico "Pescaragni" Dell’Aste


Mi ricordo che da ragazzino, in Lunigiana, andavo matto per le esplorazioni con i miei fratelli lungo il ruscello che scorreva sotto casa mia.
Eravamo poco più che bambini e mi sembrava di essere un grande esploratore mentre davamo i nomi alle buche più grandi che incontravamo. E non nego che ho sentito di nuovo lo stesso spirito mentre progettavo la discesa del rio Picacho dalle Ande all'Oceano Pacifico.
Sono diversi anni che viaggio per la Patagonia per conoscerne i fiumi e le valli più spettacolari e studiandone le cartine da diverso tempo mi ero concentrato su questo fiume, che, dalla carretera austral, attraversa una valle disabitata per arrivare, dopo aver attraversato due laghi e una serie di lagune, alla confluenza col rio Cisnes e da lì, all'Oceano Pacifico.
Già tre anni fa, conversando con Don Juan Suazo Maturana, vecchio colono della costa e amico di Puerto Cisnes, avevo pensato che l'impresa era realizzabile. Giusto lui, una sera dal tempo infame, davanti a un ottimo vino cileno, mi aveva raccontato di aver sorvolato con un aereo privato la valle e che la discesa del fiume con un gommone da rafting era un'avventura possibile.
Non vi sto a raccontare del viaggio in Argentina per comprare il gommone, del mese che ci è voluto per trovare il legno per i remi e progettare la struttura in ferro da appoggiarci sopra e di tutto il resto, sarebbe troppo lunga…..anche se per me questi preparativi rimarranno una parte indelebile di questo viaggio.
Una volta pronti, partiamo da Entre Lagos, dove vivo in Cile, con Plinio, che è il mio socio e coinquilino, Michele, un amico venuto apposta dall'Italia, e Jose Luis, amico da molti anni e cileno di Entre Lagos. Sarà un lungo viaggio.
Attraversiamo la frontiera al passo Cardenal Samoré per arrivare a Bariloche e da lì, lungo la statale 40, ritorniamo alla frontiera cilena di Futaleufù dopo circa 600 km di Argentina.

Frontiera con l'Argentina

Le infinite strade della Patagonia Argentina

Facciamo anche a tempo a mangiare un ottimo bife chorizo (la bistecca alla brace) in un ristorantino a Esquel.
Al ritorno in Cile veniamo accolti dalla cenere finissima caduta dall'eruzione del vulcano Chaiten e dai recinti fatti con gli impressionanti tronchi presi dai resti della foresta bruciata dai primi coloni per ricavarne pascoli.
La valle del Futaleufù, famoso in tutto il mondo per il rafting, ci accoglie in tutto il suo splendore con i resti di foresta vergine, prati con gli animali al pascolo e l'incredibile colore azzurro del fiume omonimo che lo attraversa.

I tronchi del bosco bruciato di Futaleufu'

Viaggiamo per tutta la valle fino al bellissimo lago Yelcho e a Villa Santa Lucia dove incontriamo la mitica carretera austral, una strada una volta bellissima e impervia che correva sterrata e selvaggia attraverso il bosco nativo.

La mitica carretera austral

Ora purtroppo è devastata e snaturata dai lavori di pavimentazione che la vogliono tutta asfaltata e ampliata per il 2011.

Il "virus" che avanza

Decidiamo di fare una pausa di un paio di giorni sul lago Rosselot, nei pressi della Funta, dove avevo già pescato alcuni anni fa con ottimi risultati.

"La Magra" vista dalla tenda a Rosselot

Montiamo le tende e gonfiamo il gommone per cercare di scendere il fiume che nasce dal lago, ma dopo una perlustrazione a piedi decidiamo di rinunciare. La rapida da superare a circa metà del percorso è decisamente troppo impegnativa.
Non importa, lo scenario che ci fa da contorno è stupendo e la pesca è ancora ottima come la ricordavo: superiamo le 30 catture, tra mosca e spinning nelle sole due ore che peschiamo prima dell'imbrunire, e sono tutti pesci dal ½ kg ai 2.
La mattina dopo partiamo di buon ora alla volta di Puerto Cisnes, per evitare la chiusura della strada dalle 10 alle 15, causata dai lavori delle ruspe. Con grande sforzo riesco a non intristirmi nel vedere quella meraviglia devastata dalla ''necessita' del progresso'' e temo che il peggio dovrà ancora venire. Cosa porterà la facile percorribilità della carretera?
Le mani delle grandi compagnie si sono già posate su queste terre selvagge e le prime piantagioni di eucalipto, insieme allo sfruttamento sistematico delle risorse naturali , fanno prevedere grandi e devastanti cambiamenti da queste parti.
Raggiungiamo Puyuhuapi e da lì cominciamo ad attraversare il parco Quelat, che con i suoi alberi secolari e i suoi scenari incontaminati scaccia i miei pensieri deprimenti.

Il maestoso parco Quelat

"L'Indomita", come ho soprannominato la mia pick-up Toyota 4x4, si comporta bene e ci porta senza problemi all'incrocio con la strada che porta a Puerto Cisnes e all'entrata della valle del bellissimo e trasparentissimo rio Cisnes, uno dei più belli di tutta la Patagonia cilena.

Il rio Cisnes

Ne percorriamo circa venti chilometri e decidiamo di fermarci per mangiare un panino e bagnare un po’ le lenze. Lascio fare il primo lancio a Josè Luis, che mi stupisce subito con una fario di circa 4 kg. Il sottoscritto invece, non è fortunato e dopo una mezz'ora di tentativi a vuoto torno alla macchina: ho fretta di arrivare ai bungalow di don Juan, che non vedo da tempo e che ritengo sia una persona dal grande carattere, oltre che un buon amico.
Sono tre anni che non vengo da queste parti e provo un insolito piacere nel vedere che tutto è esattamente come me lo ricordavo.
Puerto Cisnes è un placido villaggio di pescatori che si appoggia sul fiordo di Puyuhuapi, di fronte alla bellissima e boscosa isola Magdalena e mostra tutti i segni dell'incredibile piovosità della zona. Tanto per intenderci sono soliti cadere più di 5 metri di pioggia l’anno.
è lo stesso don Juan che ci viene ad aprire, una volta arrivati al piccolo complesso di capanne di sua proprietà. E devo dire che è un vero piacere salutarlo come merita.
Mi prende anche un po’ in giro, facendomi notare che faccio mostra di una certa quantità di capelli bianchi, invece per lui il tempo non sembra passato.
La sera è per discutere come possiamo organizzare la discesa, da dove iniziare a scendere e come arrivarci.
Don Juan si offre di portarci con il suo pick-up Dodge e di ospitare "L'Indomita" fino al nostro ritorno. Fatte le provviste al supermercato decidiamo di partire l'indomani mattina di buon ora.
Ci svegliamo all'alba e cominciamo a caricare la Jeep. Il tempo è nuvoloso e minaccioso, anche se il don lo trova splendido, visto che non piove. Decisamente noi siamo abituati ad altri climi!
I 100 chilometri che ci separano dall'inizio dell'avventura mostrano tutti i segni del cambiamento repentino che queste terre stanno subendo: l'asfalto, le quattro corsie, un leggero traffico, una volta del tutto assente e il bellissimo lago Las Torres, una volta isolato e pescosissimo, ora recintato, con un campeggio e con tanto di cartello che recita " Si praticano lezioni di pesca a mosca".

"La Magra" alla partenza nel rio Picacho

Anche i 20 chilometri di stradina che costeggiano il Rio Picacho mi danno un'idea del virus che avanza: noto una piantagione in mezzo alle montagne e ingenuamente chiedo al contadino, che ci permette l'accesso al fiume, se è un programma di riforestazione del bosco nativo. No, mi dice, sono pini Oregon piantati da Mininco, una multinazionale del legname, e mi racconta che si sono serviti dei muli per arrivare sin là.
Probabilmente progettano, nei 15 anni che saranno necessari per il taglio, di costruire strade, magazzini e, sicuramente, anche una cartiera. E' incredibile lo sbattimento di cui sono capaci queste multinazionali, che io considero vere e proprie entità folli e malvagie.
L'arrivo nel prato a fianco del fiume è comunque emozionante: il posto è stupendo e l'acqua trasparentissima. Compriamo un po' di formaggio fatto artigianalmente dallo stesso contadino e gli chiediamo se conosce il percorso che vogliamo fare e quanto tempo ci vorrà.
"Sì", dice, "lo conosco, non vi ci vorrà tanto, 2 o 3 giorni, non di più".
La conversazione mi rassicura sulla fattibilità dell'impresa (quanto mi sono sbagliato sull'attendibilità del personaggio!), cosicché scarichiamo i bagagli e saluto don Juan, dicendogli di lasciarmi un paio di giorni come margine di ritardo e di cominciare a preoccuparsi dopo cinque.
Il rio Picacho ci appare con tutto lo splendore della sua valle, anche se il livello dell'acqua è decisamente più basso del solito. I segni sulle sponde ce ne danno un indizio evidente.
Gonfiamo "La Magra", come ho battezzato il gommone, in onore del mio amato fiume in Italia e cominciamo a caricarci le tende, i viveri e tutto il necessario per passare alcuni giorni nel mezzo della natura senza probabilmente incontrare altre presenze umane.
La balsa è decisamente pesante e non l'ho ancora mai provata nelle rapide, ma dopo due remate mi rendo conto che è abbastanza maneggevole.
Ci siamo. Si parte!
La prima rapida è davvero solo una correntina, ma l'adrenalina che proviamo nel vedere se si passa e se non ci son pali sommersi, fatali in caso di incaglio, si sente tutta.

La prima rapida facile...

La posiziono a centro corrente, per sfruttare il passaggio più profondo, do due remate energiche e "La Magra" si lascia guidare docile: è nel suo, sembra.
Facciamo duecento metri e arriviamo alla prima buca. L'acqua è cristallina e si intravede il fondo, almeno 5 metri più in basso. Ci alziamo in piedi per scorgere eventualmente qualche trota, ma veniamo sorpresi da pesci vicino al metro che ci passano veloci sotto il gommone: sono salmoni!
Guadagnamo veloci la sponda e armo la canna da spinning. Sono il più rapido dei tre pescatori a bordo e il primo lancio mi regala subito una ferrata: lo vedo nell'acqua trasparente, sarà tra i 5 e gli 8 kg. Una prima fuga e... ciao, si slama..

Il primo salmone nell'acqua trasparente

Poco male, sono pronto per un altro lancio e un altro pesce! Questa volta la fuga è meno violenta e non mi ci vuole molto ad avere ragione del salmone: è un Chinook di circa 5 kg: come benvenuto non c'è male. La foto di rito e, dopo la giusta ossigenazione , lo lascio tornare libero nel suo elemento.

Il sottoscritto con la prima cattura

Si riparte, siamo a pomeriggio avanzato e dobbiamo scendere un bel tratto prima di cercare un posto per accamparci; ci aspettano più di 30 km solo per arrivare al lago Copa.
Il rio Picacho è semplicemente meraviglioso: l'acqua è talmente limpida e pura che la puoi bere, la foresta vergine che lo circonda è verde da togliere il fiato e il susseguirsi di correnti e buche è quanto di meglio il grande architetto dei fiumi abbia mai realizzato: pali, rigiri, lenti raschi, praticamente ogni angolo di questo grosso torrente ti fa venir voglia di lanciarci una mosca.
Comincio a pentirmi di aver messo fretta e di non aver lasciato il tempo neanche a Josè, l'unico moschista oltre a me, di montare la canna.
Michele con quei pochi lanci che riesce a fare a spinning prende praticamente una trota ogni lancio. Comincia a scurire e a piovere e dobbiamo ancora trovare un buon posto per accamparci.
Verso sera arriviamo a una lunga lama e ci appare improvvisamente un lodge super attrezzato.
Ci sono anche due pescatori a una ventina di metri dalla sponda, non rispondono ai nostri saluti e si allontanano. Sembrano infastiditi che quattro pazzi all'avventura abbiano interrotto la loro aria ovattata da 1000 euro al giorno.
Poco più in là incontriamo una guida del lodge che sta pescando e non nasconde la sorpresa nel vederci da quelle parti. Ci parlo un pò in inglese prima di rendermi conto che è cileno e che parla spagnolo. Ci chiede dove siamo diretti e io gli rispondo che è l'Oceano il nostro punto d'arrivo. Sgrana gli occhi e mi dice che per quando ne sa lui ci sono diverse rapide da superare e che nessuno l'ha mai fatto. Gli rispondo che ormai ci siamo e che affronteremo quello che ci sarà da affrontare. Gli chiedo come si chiama il lodge e se ci possiamo accampare in un prato li vicino: il lodge si chiama "rio Picacho lodge" e che… no, sarebbe meglio che andiamo ad accamparci da un'altra parte...
Incredibile, siamo le uniche dieci persone nel giro di decine di chilometri e veniamo allontanati dall'esclusività del business..
Poco male, meglio così, anche se ormai piove forte ed è quasi notte.
Riusciamo comunque a trovare un buon posto, un paio di km più a valle. Una piazzola sotto a tre immensi alberi di olivillo che ci riparano alla grande dalla pioggia. Siamo stanchi ma felici ed è ora di prepararci la prima cena nelle terre selvagge.
Ci prepariamo una zuppa di lenticchie e mangiamo sotto una pioggia scrosciante: la metà della roba negli zaini si è infradiciata. Aver dimenticato i sacchi di plastica neri si sta rivelando un errore molto fastidioso, ma sono cose che capitano.
La pioggia continua e nella notte mi alzo per controllare che "La Magra" sia ben ormeggiata e legata, casomai si alzasse il fiume, ma quando arrivo alla spiaggia mi accorgo che Plinio ci ha già pensato prima di me: il gommone è ben legato e completamente in secco.
La mattina ce la prendiamo comoda, e visto che non piove ne approfittiamo per asciugare un pò di vestiti e le tende. Verso le dieci sento il rumore fastidioso dell'idrojet del lodge che corre giù per il fiume verso il lago: che differenza con i mille suoni e la pace che accompagna la nostra discesa!
Colazione e si riparte: mi ci vuole poco a capire che i tempi previsti si stanno dilatando e che non c'è veramente tempo da dedicare alla pesca.
Ciò nonostante il fiume ci regala una preda ogni volta che ci proviamo. Ad un tratto vediamo una lontra allontanarsi rapida: sconsiglio Josè di lanciare da quella parte, sicuramente il predatore avrà fatto scappare tutti i pesci! Lui mi guarda sorridendomi e mi dice: "voy a sacar a la nutria (cosi chiamano la lontra in spagnolo)" e smentisce il mio consiglio pescandomi una stupenda fario sopra i tre kg. Decidiamo di trattenerla, sarà la nostra cena.

La fario di Josè nella buca della lontra

Il basso livello dell'acqua ci costringe a continue discese dal gommone per sollevarlo, o per accompagnarlo nelle rapide dove le troppe pietre, o i rami accuminati ne mettono a rischio l'incolumità.

Le rapide da scendere a piedi a causa del livello basso

Non possiamo permetterci di rimanere senza barca da queste parti, ci vorrebbero giorni per tornare indietro e sarebbe impossibile continuare. Questa situazione ci causa un ulteriore rallentamento.
A circa metà pomeriggio raggiungiamo la confluenza col rio Roosvelt, segno che siamo abbastanza vicini al lago Copa, meta del secondo giorno di viaggio.

La confluenza con il rio Roosvelt

Decidiamo di pescare nella laguna sotto la stupenda cascata della confluenza: l'acqua è profonda e tutto fa pensare che sia piena di salmoni.
Io sono ai remi come al solito e Jose’ e Michele sono pronti in pesca. Plinio è rimasto a terra per fare qualche foto; mi porto a tiro della schiuma formata dal salto ed entrambi i pescatori lanciano verso la corrente.
Josè perde la ferrata, ma Michele sfrutta bene la sua chance: primo lancio e pesce in canna! quasi una regola in questo fiume. La canna si piega come fosse agganciata a un tronco e dopo un attimo la fuga violenta: è grande e sicuramente è un salmone.
La laguna è circondata dai pali e non è facile pilotare il gommone per facilitare la lotta a Michele, in più il pesce corre da tutte le parti. Ad un tratto vediamo la lenza che si alza. Josè è il primo a vederlo, e dopo, io.
Gridiamo all'unisono, è gigantesco, passa il metro di un pò..e di nuovo sotto: la lotta è appena cominciata.
Restiamo 10 minuti a centro buca, quando cominciamo a capire che il pesce è stanco, ed è ora di andare a riva per spiaggiarlo.
Michi scende in acqua e arriva l'ultimo brivido: il salmone da un ultimo strattone e cerca di infilarsi sotto il gommone, ma non ce la fa, è vinto.
Siamo tutti li intorno, ne vediamo la sagoma nell'acqua limpida, è magnifico; appena arriva a tiro mi avvicino e lo prendo per la coda, non riesco a sollevarlo, è troppo pesante, arriva quasi a un metro e venti.

Io e Michele col suo salmone di 18 kg!

15kg, dico io e li comincia la discussione: chi dice venti, chi 18, comincio a maledire di essermi dimenticato la bilancia nella Jeep. Alla fine gliene concedo 18 mentre lo ossigeno e lo rilascio, dopo di che salto sul gommone: ora tocca a me!
Due minuti e siamo di nuovo in pesca, lanciamo sia io che Josè e..ferriamo entrambi!

La doppia incannata mia e di Josè

Comincia una lotta a quattro, con la paura che si intreccino le lenze e Michele che non sa più dove remare.
Per fortuna il mio compagno è un ottimo pescatore e riusciamo a cambiarci di posto e a combattere i pesci senza mai incocciare le code. Gironzoliamo un po’ per la laguna e decidiamo di andare a combatterli a terra.
Il mio è più piccolo e riesco a tirarlo agevolmente verso l'acqua bassa mentre Josè è costretto a salire su un grosso albero per tirarlo via da un palo sommerso; la lotta è emozionante e fino all'ultimo non sappiamo come andrà a finire. Ma come tutte le storie a lieto fine, poco dopo siamo uno vicino all'altro per fotografare i nostri amici: sono entrambi oltre il metro, anche se più piccoli del primo. Li stimiamo 12 e 14 kg. Non male per poco più di mezz'ora di pesca!

...e le nostre prede! 

Siamo decisamente soddisfatti: siamo in Patagonia, ma non è facile agganciare pesci del genere.
Io stesso, dopo oltre 16 mesi di pesca in questi fiumi, posso dire di aver appena battuto il mio record!
Riprendiamo la discesa. Il Picacho, dopo l'aggiunta dell'acqua del Roosvelt, lascia l'aspetto del grosso torrente per prendere le fattezze dell'ampio fiume del piano, con lunghe inaccessibili sponde boscose. La corrente è lenta e ci aiutiamo coi remi per aggiungere velocità. Dopo circa un'ora incontriamo il pontone dei pescatori del lodge che ci avevano superato in mattinata; gli chiedo come và e la guida mi risponde che gli è andata abbastanza male. Mi sembra impossibile, ma chissà….i posti selvatici non sono per tutti ?..
Approfitto per chiedergli se ha qualche notizia del fiume dopo il lago. Mi risponde che l’anno prima alcuni kayakisti erano dovuti tornare indietro, ma che secondo lui con la balsa da rafting noi ce la dovremmo fare e per quanto ne sa, c'è solo una rapida difficile da superare alla fine della seconda parte del lago. Insomma, ogni persona che incontriamo ci dice una cosa diversa e la cosa un po’ comincia a preoccuparmi. Per ultimo aggiunge che siamo ormai arrivati al lago.
Un' altra ora e ci siamo, i giunchi e l'ampliarsi della valle rivelano la vicinanza del lago che ci appare poco dopo in tutta la sua magnificenza: le sponde sono ripide e coperte da una selva impenetrabile mentre sulle vette circostanti appaiono ghiacciai di un azzurro incredibile..che posto!
Cerchiamo uno spiazzo sulla spiaggia che costeggia la foce, ma è molto esposta al vento, quando a un tratto scorgiamo un tetto tra la vegetazione e nessun camino che fuma; sembra una casa o un lodge abbandonato. Decidiamo che è il caso di andare a vedere.
Un ultimo quarto d'ora di remi..sono esausto, siamo tutti stanchi. A un centinaio di metri vediamo un pontile e una scalinata che porta a una costruzione grande e dall'apparenza ben tenuta. Non è certo la casa abbandonata di un colono!

L'arrivo al lodge abbandonato

Attracchiamo e saliamo le scale che ci portano a una grande terrazza con una vista stupenda sul lago. Si capisce subito che è un lodge di pesca attrezzato di tutto punto: dai vetri scorgiamo una sala principale con camino e lounge bar, quadri di pesci alle pareti, mosche sul trave del camino e altri vari oggetti di un lusso spropositato per quel luogo. Nonostante ci sia un vetro rotto, una porta aperta sul retro e che il tutto sembra abbandonato da un paio d'anni, decidiamo di non entrare, un pò per rispetto, un pò per paura del virus Hanta: un virus mortale portato dai topi e che si prende anche solo col contatto dell'aria, in ambienti chiusi da tempo. La terrazza è comunque un riparo spettacolare, soprattutto per la vista che ci regala.

L'interno del lodge

L'indomani sarà una giornata lunga, visto che la meta è il lago Escondido, che non conosciamo le difficoltà della discesa tra i due laghi, che ci sono da remare i nove km del lago Copa e che probabilmente pagaierò contro vento..
La partenza deve essere all'alba per approfittare della bonaccia notturna. Decidiamo quindi di cenare e di andare subito a dormire.
Michele prepara un pò di trota cruda (squisita!) e il resto alla griglia, insieme a un pò di riso e patate. Mentre mangiamo ci invade l'euforia per aver passato un giorno memorabile, sia di pesca che di avventura, coronato dalla sorpresa di aver trovato in regalo questa splendida terrazza, sopra uno dei tramonti più belli della mia vita.
All'alba ci svegliamo: il cielo è grigio ma il vento è appena una brezza, come sperato.
Come sempre non lasciamo traccia del nostro passaggio e partiamo: non celo un certo nervosismo, non abbiamo la minima idea di quello che ci aspetta.
Dopo tre ore di remi, dove a turno ci diamo il cambio, arriviamo alla rapida della strettoia a metà del lago. Il vento contrario ci costringe a raddoppiare i nostri sforzi. Lo scenario è magnifico, ma la rapida, a causa del basso livello e delle rocce affioranti, è insuperabile. Ci tocca scendere a piedi e smontare tutto, struttura e bagagli.
Una buona mezz'ora di lavoro duro e siamo nella seconda parte del lago. Il vento ora è forte e remando di buona lena in tre, riusciamo ad avanzare solo molto lentamente. Dopo due ore decidiamo di fare una pausa in una piccola spiaggia: è quasi mezzogiorno ed è ora di mangiare un panino.

Una sosta in una spiaggetta selvaggia

Siamo quasi alla fine del lago, dove erroneamente pensiamo che ci sia la rapida più complicata del viaggio. Nutro una certa ansia. Ancora non sappiamo se sarà possibile passare, sia via fiume che via terra.
Un' altra mezz’ora ed eccoci arrivati: decidiamo di fermarci in una caletta e proseguire a piedi, coi waders, per dare un'occhiata: è una bella gola e il rumore della cascata è forte.
Le pareti di roccia e la profondità ci impediscono di arrivare fino alla rapida, ma con la balsa possiamo scendere fino a un rigiro poco sopra il salto e vedere il da farsi: sembra che dall'altra sponda sia possibile scendere, per lo meno via terra.
Saliamo sulla "Magra", scendiamo la prima parte dell'orrido e attracchiamo giusto prima della rapida.

La prima rapida "impossibile"!!..

Scendiamo io e Plinio e saltando di roccia in roccia guadagniamo un buon punto di osservazione. L’onda che si forma sulla tremenda pietra al centro della corrente è troppo pericolosa. Dobbiamo smontare tutto e portare a braccia balsa e bagagli attraverso il cammino di pietre della sponda, che per fortuna è, con un po’ di fatica, praticabile.
Se ci fosse stato qualcuno ad osservarci, avrebbe pensato che eravamo degli emuli di Fitzcarraldo, il mitico film di Herzog, mentre ci caricavamo sulle spalle gli zaini, la struttura in ferro, la stessa balsa, camminando incerti sulle pietre scivolose come pazzi. Ma non c'era alternativa.
Ricarichiamo il tutto alla fine della rapida e navigata l’ultima parte della gola ci appare una laguna di circa 500 metri di diametro. Siamo decisamente più rilassati, questo doveva essere il passaggio più complicato. Proviamo anche qualche lancio e agganciamo subito alcune trote, ma nessuna sopra il kg.
Remiamo attraverso la laguna verso quella che ci sembra la continuazione del fiume. Raggiungiamo presto un'altra gola dove ci appare un altro salto dall'aria abbastanza facile. Ci dirigiamo fiduciosi alla cascata, ma il vento fortissimo ci impedisce letteralmente di arrivarci.

La seconda con il vento che c'ha ricacciato indietro..

Dopo 5 minuti senza riuscire ad avanzare di un metro ci fermiamo vicino ad una roccia e io e il solito Plinio ci arrampichiamo nel bosco per dare un'occhiata: non è facile arrivare sul posto, vista la selva impenetrabile, ma in alcuni minuti riusciamo nell'impresa e.. il salto è di quasi di due metri!
Non ci sono pietre, ma con quel vento infernale potremmo facilmente capovolgerci. Plinio è dell'idea di tentare ugualmente, ma io non me la sento: perdere il gommone in questo posto isolato sarebbe troppo pericoloso.

...Io e Plinio, tesi sulle rapide...

Dobbiamo trovare un percorso alternativo, ma la gola è invalicabile anche a piedi. Le pareti superano i venti metri! Torniamo alla "Magra" per ragionare anche con Josè e Michele che ci stanno aspettando, ma le alternative sono poche: dobbiamo trovare o aprire un sentiero e trasportare tutto via terra.
La fortuna, decisiva in quest'impresa, ci viene ancora in aiuto: a cento metri sulla destra c'è una vecchia barca mezza affondata.
Sarà lì da dieci anni, ma forse nelle vicinanze potremmo trovare una vecchia via degli antichi coloni. Io e Plinio saltiamo giù per vedere se c'è un cammino possibile.
La foresta è selvaggia, ma riesco lo stesso ad individuare un passaggio aperto chissà quanti anni prima: mi ci vuole quasi un'ora per riaprirlo a colpi di machete e arrivare al fiume sotto alla cascata.
Ma non è ancora finita. Bisogna sgonfiare il gommone e trasportare tutto quanto a braccia per oltre duecento metri attraverso un percorso tutt'altro che facile. Ma dobbiamo armarci di pazienza, è l'unica strada che possiamo percorrere.
Penso che mi ricorderò per sempre il tremendo mazzo che ci siamo fatti per trasportare tutto attraverso la giungla, e se non dovessi riuscirci, rimarrà il video girato da Plinio a ricordarmelo ... è fatta pensiamo, abbiamo già superato due rapide impossibili, non ci resta che arrivare tranquilli al lago Escondido. C'è una spiaggia accogliente un duecento metri più a valle, ma Michele, consultando la mappa, ci avverte che siamo quasi arrivati al lago e che può valere la pena continuare.
Plinio vorrebbe accampare e io sono troppo stanco per prendere decisioni. Alla fine prevale la voglia di arrivare alla meta prefissa.
Passiamo attraverso due lagune e una mezza rapida quando tutto a un tratto cominciamo a sentire il forte rumore di una cascata. Avanziamo e ci rendiamo conto che c'è un'altra rapida assolutamente impegnativa.
Fermarsi per dare un'occhiata questa volta non è facile: la corrente ci costringe a un attracco di fortuna e a stento riesco a scendere e ad attraversare un guado con i waders. Tocca a me decidere se si può fare, ma un tronco sommerso giusto dove comincia la rapida mi fa desistere.
I miei compagni non sono contenti di dover ancora una volta disarmare il tutto e portare a braccia baracca e burattini, ma siamo ancora troppo isolati per tentare il minimo azzardo.
Siamo decisamente esausti. Mi arrivano diverse critiche per il mio atteggiamento poco rischioso, ma ci sta, sono comunque molto orgoglioso dei miei compagni di viaggio. Nessuno si è risparmiato e nessuno ha fatto a meno del proprio coraggio.

I quattro protagonisti dell'avventura
da sinistra: Michele, Josè Luis, Plinio e il sottoscritto

è un'altra ora di fatica quella che ci tocca affrontare. Ormai non ne abbiamo più.
La mappa indica che siamo sopra al delta prima del lago e ci aspettiamo di trovare un facile arrivo, ma il rumore non inganna. Dietro la curva ci aspetta qualcos'altro di impegnativo.
L'orizzonte d’un tratto sembra crollare, la caduta d'acqua è repentina e il rumore, assordante. Sono sedici ore che remiamo e ci carichiamo pesi in spalla, non c'è più neanche la forza di discutere.
Ormeggiamo il gommone ad un albero e diamo una rapida occhiata a quello che ci aspetta. Trecento metri di salti e correnti, quindici metri almeno di dislivello. Un delirio!
Non c'è neanche un metro quadro di spiazzo per mettere una tenda. Pietre, nient'altro.

L'accampamento a lato dell'ultima rapida

Chi se ne frega, è la stanchezza che comanda. Occupiamo gli ultimi venti minuti di luce per sistemare i sassi e fare un piano accettabile; siamo a un metro dall'acqua e a dieci da una cascata da 110 decibel. Ma non ci importa. Personalmente dormirei anche sul letto di un fachiro!..
Il tempo di mangiare una zuppa, dare un sorso di Pisco ed entrare in tenda: non ho mai dormito così bene in vita mia!
Ci svegliamo all'alba, il rumore è talmente forte che dobbiamo urlare mentre ci prepariamo la colazione.
Scendo un centinaio di metri a piedi e dall'altra sponda vedo un braccio del fiume che si apre sulla sinistra e sul fondo. Finalmente, dopo altri duecento metri scorgo il lago! Siamo arrivati al lago Escondido!
E' ora di mettersi al lavoro, dobbiamo rifare le tende e trasportare di nuovo tutto a braccia sulle pietre enormi al lato della rapida.... Il livello basso che ci ha rotto le scatole per tutto il primo tratto, questa volta è decisivo nel lasciarci lo spazio via terra. Forse con il livello normale saremmo rimasti lì, a un passo dalla meta.
Ricarichiamo tutto quanto e attraversiamo la corrente abbastanza facilmente. Ci fermiamo per vedere se è il caso di scendere il piccolo braccio o se è il caso di continuare.
Siamo stanchi, io non aspetto Plinio che è andato in perlustrazione e decido di scendere da lì, vedo la meta e ho in testa solo quella.
Bisogna portare il carico a braccia e scendere la balsa con una fune.... Michele non ne ha voglia e mi manda a quel paese, ma rischiare il gommone, ora che ci restano solo i 6 km del lago per arrivare facili al rio Cisnes, mi sembra una cazzata.
Per fortuna c'è Josè, che mi aiuta nella discesa fino a una pozza lenta prima dell'ultima rapida.
Ricarichiamo tutto e ci avviciniamo all'ultimo dislivello; sembra ci sia abbastanza acqua e ora sono stufo anch'io di caricare e scaricare, quindi lascio cadere il gommone fino al lago. Solo all'ultimo diamo una bella raschiata sulle pietre, ma passiamo e non sembra ci siano danni: è fatta!
C'è una spiaggia a duecento metri ed è ora di riposare e goderci un po’ il posto, che è a suo modo magnifico come tutti quelli che abbiamo attraversato.

"La Magra" all'inizio del lago Escondido

Apriamo il campo e mettiamo tutto al sole ad asciugare, poi gonfio il mio materassino e, mangiato un panino, mi dedico a una siesta meravigliosa. Per rilassarsi non c’è niente di meglio che farsi un bagno ristoratore...e ringraziare il cielo di avercela fatta senza problemi.
Per la cena abbiamo voglia di trota e nel tardo pomeriggio io Michele e Josè ci imbarchiamo per pescare le foci del delta che entrano nel lago. Ci aspettiamo una pesca eccezionale come i giorni precedenti, ma invece, neanche una tocca. Peschiamo una buona ora senza successo, poi chiedo al Michi che è ai remi, di sbarcarmi vicino allo stesso braccio da cui siamo arrivati; mi incammino a piedi e ritorno a quella placida buca dove avevamo caricato la "Magra" per l'ultima volta.
Ho una coda sinking tip e monto il mio mitico San Juan, una specie di ninfone in ciniglia e marabou con zampe, che dovrebbe imitare una specie di cimice, numerosissime da queste parti.
Pesco a risalire e a fondo piana catturo diverse fario, ma nessuna interessante per la brace; risalgo ancora e mi avvicino alla parte più profonda: lancio a monte e lascio cadere l'esca, facendola passare vicino a una grossa pietra a centro corrente. La ferrata è robusta e la fuga veloce. Dal riflesso nell'acqua trasparente, si direbbe un’ iridea. La lotta è emozionante e dopo alcuni minuti riesco a portarla a riva: è vicina ai tre kg, la cena è assicurata!..

La trota dell'ultima cena

Ritorno al lago e nascondo il pesce. Non abbiamo quasi più nulla da mangiare e so che gli altri sono preoccupati di dover digiunare; chiamo tutti e gli chiedo come è andata: -"niente"- mi confessano con l'aria preoccupata. Dopo di che tocca a loro chiedere...io li lascio aspettare un po’ e poi, con un sorriso, gli mostro il pesce.
Si mangia !!!
La sera lenticchie e trota alla brace e poi a nanna. Ci sono ancora 15 chilometri da remare, anche se senza grosse difficoltà.
La mattina dopo ci alziamo di buon ora per non prendere il vento contrario e lasciamo la spiaggia per attraversare il lago: sono due ore buone di remi, ma alla fine arriviamo alla strettoia che indica l'ultimo tratto di fiume che ci separa dal rio Cisnes. C'è una spiaggia, alcuni animali al pascolo e un camino che fuma dietro gli alberi. Decidiamo di fermarci per vedere se c'è qualcuno a cui chiedere a che ora salga la marea e poter quindi scendere l'ultimo salto prima della confluenza.
Cammino verso il fumo, attraverso un boschetto e mi appare una capanna di legno di tre metri per tre, quattro pareti di legno e una stufa, nient'altro: ne esce un tipo con la sua compagna e sembrano molto sorpresi di vedermi. Gli chiedo se sanno qualcosa della marea e lui mi risponde che il suo padrone normalmente la attraversa a mezzogiorno, ma non sa dirmi oggi a che ora sarà.
Spesso passano settimane senza che vedano nessuno, vivono completamente isolati. Sono gentilissimi, ma il loro aspetto è incredibile: sono piccolissimi e dalle capigliature ribelli, lei non credo neanche che parli lo spagnolo, ma i loro sorrisi sono splendidi e penso che non me li dimenticherò mai.
Ripartiamo, provando anche a pescare, ma non prendiamo nulla. La presenza umana, anche se scarsa, mostra subito il suo effetto.
Dopo un km circa incontriamo tre tipi che stanno caricando della legna su una barca. Chiediamo loro dov’è la rapida e se è una buona ora per superarla: ci rispondono che è poco più in là e che è l'ora precisa per passarla facile. Salutiamo e dopo un centinaio di metri ci siamo: il passaggio è una sciocchezza, nessuna preoccupazione.
E’ decisamente fatta!..
Un altro centinaio di metri e ci appare il rio Cisnes, con il suo lento corso. Siamo decisamente euforici, anche se ci aspetta una lunga remata contro il flusso di marea…ma non importa, ci vorrà il tempo che ci vorrà.
Poco dopo ci supera la barca dei legnaioli, quello al motore ci offre di trainarci con una cima, mentre un altro, evidentemente ubriaco, ci chiede cosa facciamo da quelle parti.
Dopo aver saputo che siamo pescatori comincia un delirio di racconti sui migliori posti che conosce, mescolando storie incomprensibili. L'invito del traino pone fine alla pesca, ma è un'offerta troppo allettante per rinunciarvi.

Il passaggio datoci dai boscaioli

è stata una decisione saggia, la marea è contraria e con il vento ci avremmo impiegato ore ad arrivare all'Oceano, mentre così ci gustiamo una gita comoda lungo lo splendido estuario del fiume.
Arrivati quasi al mare, il tipo ubriaco fa una cosa incomprensibile: si alza in piedi, ci guarda, fa un gesto come per salutarci e si getta in acqua. Il timoniere ferma il motore e lo aggancia col mezzo marinaio. Io non so se gettarmi in acqua per aiutare o avvicinarmi coi remi, ma per fortuna il timoniere è robusto e ha già salpato il naufrago dal mare. Realmente non sappiamo che fare, mentre comincia una scena alquanto strana : l’aspirante suicida comincia a piangere e a urlare che: -"Quiere morir"-, e tenta nuovamente di gettarsi dalla barca.. L'altro riesce a bloccarlo, a tenerlo a bada e a continuare a direzionare le due imbarcazioni. Gli chiedo se ha bisogno d'aiuto ma lui mi dice di no..
Poco più avanti, giunto a destinazione ci libera e ci indica che Puerto Cisnes è ormai vicina. Noi gli passiamo una mancia e lo salutiamo ringraziandolo, ancora un po’ storditi dalla scena, mentre l'altro tipo giace semi incosciente tra le due panche della sua barca.

L'arrivo all'Oceano

Ora siamo in Oceano e dobbiamo remare in mezzo alle onde: è più faticoso e io sono un po’ in paranoia perché non ho avuto il tempo di registrare "La Magra" alla capitaneria di Entre Lagos, prima di partire.
Battibecco con gli altri sulla rotta che mi indicano mentre sono ai remi, ma sono io che sono nervoso. Per fortuna non ci ferma nessuno e in una quarantina di minuti riusciamo ad arrivare alla spiaggia davanti alle cabanas di don Juan.

Il bungalow di Don Juan A Puerto Cisnes

Lui è li che cammina sulla strada e ci viene subito incontro. Dovevamo approdare due giorni prima.
Lo saluto calorosamente, lo salutiamo tutti, e gli chiedo se era preoccupato di non vederci arrivare. Lui mi risponde, tra il serio e il faceto, che stava già organizzando i soccorsi...ma io so che non stava passando li per caso
Mi sembra incredibile, è andata!

Siamo arrivati a destinazione e la fatica è finita, anche se lo è anche l'avventura.
Siamo tutti contenti di dormire sotto un tetto e farci una doccia calda. Andiamo a comprare da bere e ridiamo spensierati ripensando alla discesa mentre aspettiamo di andare a cena.
E’ stata davvero una bella avventura, di quelle che non si dimenticheranno mai, di quelle che si racconteranno da vecchi ai nipoti, se ci saranno, e saranno racconti di una terra meravigliosa che una volta c'era, e che c'è ancora…ma chissà fino a quando.


Federico Dell’Aste
www.moscasyvolcanes.com


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