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La pesca elettrica

Luglio 2013 Di Marco Angelo Riva (Marble)


Word and photo di Marco Angelo Riva (Marble)
Tempo di lettura: 20 minuti


Nell’articolo precedente si era trattato di quale fosse il corretto approccio allo studio degli ecosistemi acquatici (Indicatori biologici), al fine di verificare eventuali problematiche oppure per descrivere lo stato di un corpo idrico e/o la salute dello stesso.
In questo contributo invece voglio esporre uno dei metodi utilizzati per lo studio della fauna ittica: la pesca elettrica (i campionamenti attraverso l’utilizzo dell’elettrostorditore).

Non mi soffermerò sui riferimenti normativi che regolamentano questo tipo di attività e limiterò le nozioni di elettrotecnica a quelle informazioni base che spiegano l’efficacia delle diverse tipologie di corrente elettrica da usarsi a seconda dell’ambiente e delle specie target.

Innanzitutto, cos’è uno storditore?

Non è altro che un generatore di corrente elettrica che può essere montato su uno scheletro metallico per essere portato a spalle (storditore spallabile) oppure su un supporto fisso che non può essere trasportato durante le fasi del campionamento (a meno che lo si imbarchi nel caso di campionamento da natante).
A questo generatore viene applicato un cavo che alimenta la “lancia”, (l’anodo) che viene tenuta in mano dall’operatore e che di solito in punta ha un piccolo guadino con una rete piana (l’anodo è quello che si manovra per andare a cercare i pesci). Ad un’altra presa si inserisce la cosiddetta “massa”, (il catodo) che non è altro che un cavo avente estremità scoperta che deve sempre rimanere in acqua per poter chiudere il campo elettrico durante l’azione di pesca.

Un’altra dotazione è il pulsante “uomo presente”, che serve per dare o togliere il consenso per l’erogazione della corrente. Questo è indispensabile per la sicurezza dell’azione di pesca; con questo pulsante si interrompe il flusso della corrente in caso di problemi, spostamenti o altro. Se non ci fosse questo dispositivo i rischi di folgorazione sarebbero estremamente più probabili, e vi assicuro che prendere una botta di corrente non è mai piacevole; personalmente l’ho presa un paio di volte, èd è poco piacevole.
Lo storditore funziona con corrente continua o ad impulsi, e comunque mai alternata, in quanto quest’ultima causa mortalità estremamente elevata nella fauna ittica.

I principi secondo cui si fonda il funzionamento dell’elettrostorditore sono quelli che un pesce che viene sottoposto al campo elettrico da esso generato, risponde con delle contrazioni alternativamente involontarie e volontarie che ne inducono il moto attivo verso l’anodo. Questo moto viene chiamato “galvanotassi” e si ha fino a quando il pesce non si avvicina troppo all’anodo, bloccando qualsiasi tipo di nuoto.
Questo effetto viene definito “galvanonarcosi” e determina l’interruzione delle funzioni motorie principali. Se il pesce rimane troppo vicino all’anodo per lungo tempo, oppure il campo elettrico è molto intenso, può sopraggiungere la “tetania”, che corrisponde all’arresto delle principali funzioni vitali, causandogli danni permanenti e/o la morte.

La modulazione della corrente contribuisce molto a determinare la risposta del pesce allo stimolo elettrico. In genere la pesca con corrente continua determina un avvicinamento del pesce verso l’anodo, e quindi è più efficiente in alcuni corsi d’acqua con poca portata, oppure con conducibilità limitata, in cui la pesca viene effettuata ricercando i pesci in tana o in ambienti circoscritti. In tal caso il pesce esce letteralmente da sotto i sassi, per avvicinarsi al guadino dell’anodo.

Viceversa, quando si è in condizioni di portata e profondità significative, oppure campionamenti in campo aperto, la modulazione della corrente prevede una preferenza per gli impulsi. Gli impulsi sono di norma di potenza superiore rispetto alla corrente continua; gli effetti dannosi che si avrebbero sulla fauna ittica sono mitigati per l’appunto dalla modulazione ad impulsi di una certa frequenza, che non sottopone il pesce ad un campo elettrico continuo.
Nella pesca con corrente ad impulsi di norma il pesce non si avvicina troppo all’anodo; la maggiore potenza provoca prima la galvanonarcosi nel pesce, che spesso non arriva “a tiro” del guadinatore.

L’utilizzo di un tipo di corrente piuttosto che di un altro introduce il concetto di area utile per il campionamento con elettrostorditore. Qual è quindi l’ampiezza del campo elettrico entro alla quale si riesce a catturare il pesce? Anche qui non esiste un raggio d’azione standard, ma dipende ancora dalla specie ittica, dalle dimensioni del pesce, piuttosto che dalla conducibilità dell’acqua e sue caratteristiche chimico-fisiche.
Possiamo esemplificare che il raggio d’azione utile di un torrente alpino di piccole dimensioni sia di almeno 3-4 metri, mentre in un fiume di pianura, con portata importante e grandi dimensioni, il raggio d’azione è sicuramente inferiore.
In ambiti molto “salati” come ad esempio i fiumi in prossimità delle foci, oppure in acque salmastre, il raggio d’azione è di poche decine di centimetri se non proprio alcuni centimetri (P.S. in acque salmastre e marine non si utilizza l’elettropesca per lo studio della fauna ittica).

Lo storditore più utilizzato per i campionamenti in corsi d’acqua guadabili ha un voltaggio compreso tra 300 e 500 volts ed un amperaggio compreso tra 3.8 e 7 A.
Per corpi idrici che hanno una scarsa conducibilità (ad esempio torrente montani che scorrono in un impluvio prevalentemente siliceo) è necessario un alto voltaggio ed una bassa potenza, mentre per ambiti che presentano una salinità crescente, è necessario selezionare una potenza maggiore ed un voltaggio minore (per contrastare la dispersione del campo elettrico ed ottimizzare quindi la catturabilità).
In zone lagunari ad esempio l’azione di pesca elettrica può essere condotta con attrezzi particolarmente potenti e comunque non ottiene mai una buona efficienza.

Per esemplificare il concetto, quante volte campionando in piccoli torrente montani, quando si dà corrente, si vedono trote che scendono letteralmente da salti o da buche situate a livelli superiori; così come, campionamento in prismata in fiumi con profondità elevate, si nota che i pesci che stanno a distanze superiori ad un metro metro e mezzo, si allontanano infastiditi dalla corrente, senza tuttavia risentirne in modo significativo.
Campionando in canali della bassa, con acque torbide e molto conducibili, quando si dà corrente in acqua, può capitare che a distanza di molti metri le acque si aprano letteralmente alla fuga di un grosso siluro (si deve aggiungere che questa specie è particolarmente sensibile ai campi elettrici e li percepisce da lontano, anche se non sono sufficientemente forti da storidirlo).

Il raggio d’azione è differenziato anche in base alle dimensioni del pesce sottoposto al campo elettrico: un pesce più grande subisce un’efficienza di cattura maggiore rispetto ai pesci più piccoli. La ragione deriva dal fatto che un pesce più “lungo” ha la probabilità di intercettare più linee del campo di forza del campo elettrico, mentre un pesce più corto, sebbene più vicino all’anodo, potrebbe non risentire affatto del campo elettrico se non intercettasse alcuna linea di forza.
È quindi comune che quando è possibile vedere l’azione di campionamento, i pesci di una certa dimensione vengano catturati, mentre quelli piccoli nuotino tranquillamente nei pressi dell’anodo, senza risentire apparentemente del campo elettrico. È comunque vero che per il novellame sia più pericoloso l’effetto della corrente, proprio per la necessità di andare a cercarli più vicino. Quando il piccolo pesce intercetta con il proprio corpo una linea di forza del campo elettrico, la potenza del campo stesso gli può provocare dei danni importanti e anche portarlo alla morte.
Un altro esempio di comportamento dei pesci è relativo all’anguilla:
quando si cattura con l’elettrostorditore questa specie, non appena si toglie la corrente si riprende immediatamente rendendo difficile la sua manipolazione.

Ma quanto tempo ci vuole perché il pesce catturato si riprenda dall’elettroshock?
Anche qui dipende dalla specie e dalle caratteristiche della corrente e delle acque. Di norma per un campionamento condotto con corrente continua la ripresa è più veloce, da un secondo a 1-2 minuti in alcuni casi. Quando si pesca con corrente ad impulsi, essendo più potente, il recupero è un po’ più lungo. In questo caso è fondamentale non avvicinare troppo l’anodo al pesce o non tenercelo per troppo tempo ed è importante il corretto posizionamento del “guadinatore” di supporto per togliere tempestivamente il pesce dal raggio d’azione del campo elettrico.

In alcuni casi il campo elettrico causa danni fisici più o meno importanti, che possono determinare la morte differita del pesce, oppure altri danni sono di modesta entità e non determinano problemi di sopravvivenza.

Ad esempio, pesci abbastanza grandi che si trovino nel raggio d’azione del campo elettrico, a causa delle contrazioni della muscolatura possono addirittura rompersi la spina dorsale. Questo fenomeno è generalmente raro, mentre è molto più accentuato per i pesci cartilaginei come gli storioni, per i quali gli effetti dell’elettropesca sono spesso letali.
Un altro danno, sebbene di modesta entità, è la presenza di strisce scure sul fianco del pesce. In corrispondenza delle strisce scure il pesce è stato attraversato da una linea di forza del campo elettrico, che ne ha “bruciato” i cromatofori, responsabili dei colori della cute dei pesci. Tale tipo di danno è assolutamente reversibile e di modesta entità.
La mortalità della fauna ittica indotta da elettropesca, se il campionamento viene condotto in modo adeguato, è trascurabile (dell’ordine del 1-2%), sebbene molto dipenda dalle specie presenti, dalla dimensione dei pesci, dai fattori climatici e chimico-fisici dell’acqua, tra cui la temperatura ha una parte importante.
Un campionamento in area montana, dove sono presenti principalmente salmonidi, può essere condotto senza avere praticamente mortalità, mentre in ambiti di pianura, o in corpi idrici con un’elevata conducibilità, può capitare che alcuni individui di piccole dimensioni muoiano a causa della corrente elettrica, così come alcune specie sono più sensibili rispetto ad altre.

In particolare, la mia esperienza (ormai più che decennale) mi ha insegnato che in ambiti planiziali alcune specie soffrono particolarmente la corrente: alborella, vairone, persico reale, lasca, gobione ecc.
Altre specie invece sono molto più resistenti: anguilla, carpa, cobite, siluro, pesce gatto ecc.

Abbiamo introdotto alcune informazioni relative ai campionamenti con elettrostorditore, ma ancora non abbiamo visto come si conduce un campionamento e quali accortezze devono essere adottate per garantire la sicurezza degli operatori ed un buono stato dei pesci.

Un team di lavoro efficiente e numericamente adeguato dovrebbe essere comporto da minimo 4 persone: colui che porta lo storditore ed ha in mano il pulsante uomo presente (di solito si posiziona ai margini della zona di pesca), un altro operatore che tiene lo “scettro del potere”, cioè l’anodo, e conduce il campionamento vero e proprio.
C’è poi il guadinatore, che si posiziona di fianco a colui che manovra l’anodo e prontamente cattura il pesce che viene stordito. Poco distante ci deve essere almeno un altro operatore con un secchio o un contenitore adeguato, nel quale vengono messi i pesci catturati per essere trasportati nelle vasche in cui verranno effettuate le analisi del caso.
In corsi d’acqua più grandi questo numero può aumentare, oppure per campionamenti da natante, può essere anche di soli tre operatori (uno con l’anodo, uno che guadina e l’ultimo che manovra la barca). È anche vero che spesso sia per mancanza di personale o per esigenze varie, la squadra di lavoro è composta da soli tre operatori, ad esempio quando lo si ritiene sufficiente, in piccoli corsi d’acqua, chi porta lo storditore tiene anche l’anodo e il pulsante uomo presente.

Tutti gli operatori devono essere dotati di idonei dispositivi di protezione individuale (DPI), quali guanti dielettrici, stivali e/o waders, un giubbotto salvagente e “teoricamente” un caschetto protettivo.
A seconda dell’esperienza, delle capacità fisiche e della necessità del momento, ogni operatore si adopera per la propria mansione, ma ciò non toglie che ci si possa scambiare i ruoli, proprio per distribuire i carichi di lavoro più pesanti.
Se si considerano gli ambienti piccoli e torrentizi, come nelle due immagini precedenti, spesso la turbolenza delle acque non permette una visione del pesce stordito, e quindi è necessario che il guadino venga posizionato in punti strategici lungo il flusso principale della corrente e l’operatore che manovra l’anodo “accompagna” eventuali pesci presenti fin in prossimità del guadino, che verrà poi prontamente tolto dall’acqua per verificare eventuali catture (immagine sottostante).
A volte, per evitare che il pesce stordito non venga trascinato a valle dalla corrente oppure per aiutare il guadinatore in certe situazioni, è possibile trattenere direttamente il pesce con l’anodo, avendo comunque la precauzione di togliere immediatamente la corrente, per evitare danni al pesce stesso.
Diverso è il caso in cui si operi da natante; è estremamente importante avere esperienza di manovra ed in alcuni casi, l’utilizzo del motore (sia esso elettrico che a scoppio) può non essere la soluzione migliore, soprattutto in caso di ostacoli sommersi e spazi stretti.
L’immagine seguente è un esempio limite in cui gli operatori lavorano con un piccolo tender (simpaticamente ribattezzato “la perla nera”) senza motore, soluzione migliore per certi ambienti di pianura di acque ferme.
Ma quali sono le finalità di condurre campionamenti della fauna ittica tramite pesca elettrica?
Possono essere i semplici recuperi di fauna ittica in occasione di asciutte (ed allora si recupera quanto più pesce possibile che verrà poi traslocato in altri corpi idrici), per la cattura di riproduttori da avviare a riproduzione in ambiente controllato, oppure per effettuare monitoraggi e studi delle comunità ittiche.
Tali monitoraggi possono servire per aggiornare le conoscenze sulla fauna ittica di un particolare corpo idrico, oppure anche per verificare effetti di un qualche problema ambientale.

Il campionamento può essere sia di tipi qualitativo (numero e struttura di popolazione delle specie censite), oppure quantitativo, in cui si effettuano analisi a posteriori più fini, in modo da caratterizzare la comunità ittica sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo.

Tutti gli individui catturati vengono raccolti in contenitori di dimensione adeguata riempiti d’acqua e sono trattenuti per la misurazione della lunghezza e del peso. Per le operazioni di misura si utilizza un anestetico, al fine di minimizzare lo stress della manipolazione.
In certe situazioni ed in particolari casi in cui viene richiesto di approfondire le conoscenze sulla fauna ittica di un particolare sito, ad alcuni individui viene prelevato un campione di tessuto da inviare alle analisi genetiche, oppure in altri casi viene prelevato un campione di scaglie per la determinazione dell’età attraverso l’analisi scalimetrica (immagine seguente).
Quando si terminano le analisi e le misurazioni del caso, tutte diligentemente annotate sulla scheda di campo (che comprende anche informazioni relative alle caratteristiche del sito indagato), i pesci catturati vengono rilasciati nello stesso tratto in cui erano stati catturati, avendo cura, per i torrenti alpini caratterizzati da salti e cascate, di riposizionarne un’adeguata aliquota dei pesci lungo tutte le pozze ed i tratti dislocati lungo il torrente.
In particolare Le metodologie per le analisi matematiche e statistiche applicate ai dati raccolti si rifanno a Ricker, secondo il quale si effettuano (a posteriori) delle stime della densità di popolazione ottenute con il metodo dei passaggi ripetuti (Removal method).

Il metodo dei passaggi ripetuti è comunemente utilizzato per studi che comprendono stime di biomassa e di densità. La particolare modulazione del campo elettrico, tarata per non arrecare danno ai pesci, non permette comunque di ottenere un tasso di cattura pari al 100%, in quanto (come detto in precedenza) altri fattori come la velocità di corrente, la profondità e la larghezza del corso d’acqua, le dimensioni del singolo pesce, oltre che le difficoltà di campionamento in certe condizioni di portata, determinano una dispersione del campo che risulta efficace solo in un raggio limitato.
A seconda delle condizioni ambientali quindi, unite all’esito del primo passaggio effettuato con elettrostorditore in un settore adeguatamente predisposto, si può richiedere l’effettuazione di un secondo o terzo passaggio volto a raccogliere la popolazione ittica residua.

Se si assume che è impossibile catturare tutti i pesci presenti nel tratto, è possibile comunque stimare con buona approssimazione i parametri quantitativi per ogni specie applicando una particolare funzione matematica.

Le elaborazioni finali riguardano la composizione in specie della comunità ittica residente e la definizione dello stato delle singole popolazioni, sia in termini di biomassa (grammi per metro quadro) e densità (individui per metro quadro), sia per la presenza o meno di tutti gli stadi vitali della specie considerata (presenza di adulti, avannotti e stadi giovanili successivi).
In generale, una comunità ittica è ben rappresentata se le specie presenti sono specie autoctone, con particolare riferimento a quella tipologia fluviale, e con la presenza di specie accessorie tipiche.
La presenza di una o più specie alloctone viene vista come elemento di degrado della comunità ittica; tanto più questa presenza è accentuata, tanto più la comunità ittica è alterata rispetto a quella di riferimento.

La struttura di popolazione delle singole specie rinvenute in un corso d’acqua è importante in quanto fornisce un’idea dello stato “di salute” della stessa. Nel caso in cui siano presenti i principali stadi vitali della specie considerata allora, presumibilmente, la stessa è strutturata in modo da potersi sostenere autonomamente. La presenza di soli individui giovani o di soli adulti presuppone uno squilibrio dovuto a una qualche pressione ambientale, comunque da verificare.

Per quanto riguarda i valori di biomassa e densità delle singole specie e del totale della comunità ittica, essi sono strettamente legati alla produttività ed alla capacità portante del corso d’acqua. Le situazioni cui fare riferimento nella determinazione dell’adeguatezza dei parametri quantitativi sono inerenti a situazioni ambientali standard, in cui la gestione della fauna ittica e della pesca siano limitate o inesistenti.

Spero che questo contributo possa aver illustrato i tratti salienti dell’elettropesca e delle finalità per le quali vengono effettuati i campionamenti. Alla fine di un campionamento, soprattutto quando il lavoro è stato duro o quando ci si trova in località di particolare bellezza, la soddisfazione e l’ilarità ci fanno abbandonare a piccoli gesti un po’ idioti…
… oltre al fatto che, dopo aver campionato, decido se mettere o meno una bella X nell’elenco dei posti in cui poi andare a pescare .



Marco Angelo Riva (Marble)



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