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SLO- I colori dell'Unec

Slovenia  10/10/2007 di Beppe Saglia (beppe s.)
La misura della passione la fornisce la cocciutaggine con cui si evita di dar credito alle certezze.

Si sa che le previsioni meteo si sono assai affinate ed hanno un margine di errore bassissimo. Se poi si consultano almeno 5 o 6 siti dedicati all’argomento e tutti concordano nel prevedere, nei pressi di Planina, una “tre giorni” infernale di freddo polare e venti di bora, si dovrebbe evitare di basare le proprie decisioni sui 18° gradi padani di un anomalo Ottobre che sta per finire… Ma il week end è l’ultimo disponibile, gli amici ci sono e le mosche fatte con cura sono lì pronte a danzare nel vento.
E così alle 6 di mattina, dopo una storica cena in onore di Palù, carichiamo in macchina i bagagli (si fa per dire...) e partiamo.
Giusto il tempo di renderci conto di aver dimenticato metà dell’indispensabile (Alberto il giubbotto con il lavoro di tutto un anno, Tino il morsetto ed io con appresso l’attrezzatura da mare invece che quella da fiume…) e insieme ai discorsi volano i chilometri…
Passiamo la frontiera con 16° e qualche graditissima nube. In culo a tutte le previsioni meteo! Vorrai mica che in trenta chilometri possa cambiare la situazione!?
E invece, come una mazza che picchia sul picchetto, la temperatura cala, cala, con una precisione svizzera, un grado ogni due chilometri e quando siamo davanti a Cicciobaffo per fare i permessi, si attesta (sono le 11 del mattino) a 1°.
Ma ormai ci siamo e vada per la “tre giorni”. Giù secco di pile e felpe e via a rigustarci il Sacro Fiume le cui sponde quest’anno non avevamo ancora calpestato.
Per tre giorni è stata una sofferenza fisica, gonfi di strati come l’omino della Michelin, ad affrontare un susseguirsi di “metti e togli il giubbino, che adesso piove, poi c’è uno squarcio di sole, ora nevica, ora si apre, poi torna a piovere”; “cerca la curva sottovento, tanto prima che ci sei arrivato il vento gira”; “stai attento mentre apri la scatola delle mosche che volano via”; “infila le mosche con le dita gelate”; “entra in acqua perché fa più caldo che fuori”. Che fatica!
Per contro però i temoli hanno perso parte della diffidenza. Sarà il vento a donare vita ad improbabili imitazioni, sarà che non c’è nessuno o quasi da parecchi giorni a causa di livelli alti, ma riusciamo a toglierci delle belle soddisfazioni nelle due/tre ore centrali, quando le immancabili gialline (entomologi… tièh!!) sul venti lottano con le onde prima di disperdersi nella bufera di vento.
Non abbiamo preso i temoli che cercavamo, quelli enormi miracolosamente comparsi lo scorso anno, ma abbiamo constatato un popolamento ottimo su tutta l’asta, addirittura molto in basso, come non era successo mai.
Dell’Unec non sto più a raccontare nulla: fiumi di inchiostro sono già stati versati e poi questo fiume o lo si ama o…
Io lo amo, quando è generoso ma anche quando è forzatamente avaro, quando regala migliaia di insetti e quando la schiusa è breve, quando ribolle di cerchi e quando si scorge una bollata solo tra una raffica e l’altra di vento.
Lo amo quando è basso e difficile così come quando si allarga nei prati ridisegnando il paesaggio.
Lo amo in tutte le stagioni ma soprattutto quando l’autunno ne accende i colori.
Vi lascio con queste immagini, una tavolozza di toni vividi che nonostante il freddo scalda il cuore, come il calore della “casa” scalda le sere dalla Giuseppina, e che spero mi/vi tenga compagnia in attesa della nuova stagione.



Beppe Saglia

© PIPAM.org

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